Spettacoli
IVAN E IL DIAVOLO
Quando il pubblico, alla spicciolata, entra in sala al Teatro Libero di Milano per assistere allo spettacolo Ivan e il diavolo (tratto da I fratelli Karamazov di Dostoevskij), trova Alberto Oliva seduto in scena. Per chi conosce i lavori del giovane regista è una piccola sorpresa: questa volta ha deciso di condividere il palcoscenico con Mino Manni (co-regista dell'allestimento). Gli spettatori prendono posto sulle note della Partita n. 1 per violino solo di Bach, ma la soavità della musica non deve trarre in inganno (una volta un parroco mi disse: “ascoltare Bach è come pregare”), perché quello a cui si assisterà è un duello filosofico all'arma bianca, tra ragione e realtà (natura umana?).
“Il mondo si regge sulle assurdità” esordisce Ivan, più che affranto, schiacciato dalla constatazione che non soltanto il male esiste ma che spesso è del tutto gratuito. In un bagno in pessime condizioni legge da fogli di giornale notizie di cronaca agghiaccianti e pur cercando di attenersi ai fatti, non riesce a trovare una spiegazione logica al dolore imposto a vittime innocenti. “Perché anche i bambini devono soffrire?!” è il suo urlo disperato che incontra il silenzio di Dio. A rispondergli è invece un diavolo, un povero diavolo, a dire il vero. Si materializza davanti al libero pensatore tutto in ghingheri, ma presto rivelerà una natura umana, troppo umana: “io divento uomo e ne pago tutte le conseguenze” piagnucola il demonio. Mino Manni lo impersona con verve, ironia e un uso molto attento della voce che sa modulare secondo la “partitura” del testo dostoevskijano (o meglio della lettura che ne fa insieme a Oliva).
Sulle prime Ivan tenta di negare la presenza del diavolo: “tu sei me; dici quello che penso io! Mi rubi i miei pensieri più stupidi e volgari!”, ottenendo però soltanto sberleffi. Il diavolo fa il finto offeso e lo prende in giro con il suo sarcasmo da demonio piccolo borghese. A frequentare gli uomini è diventato persino superstizioso e ora il suo più grande desiderio è entrare in una chiesa per accendere una candela a Dio... E poi lui è lì per compiere il suo lavoro. Gli è stato ordinato di andare e negare, perché senza il contraddittorio non esisterebbe nulla. E qui Dostoevskij affronta il problema della necessità del male, sulla scia di pensatori e filosofi che hanno riflettuto sulla figura di Giuda, colpevole di tradimento ma strumento (pur involontario) della salvezza degli uomini. Il male è il motore della storia, anche se a riascoltare il drammatico resoconto della strage della scuola di Beslan, ci si convince che sarebbe bello rinunciare alla storia (almeno a questo tipo di storia).
“Voi uomini siete tutti uguali, nel bene come nel male”, il diavolo rinfaccia a Ivan. Ma è vero solo in parte. Non tutti infatti sanno affrontare Dio e rinfacciargli il suo silenzio, rifiutare l'armonia superiore pagata con il sangue degli innocenti e convivere con i propri demoni. Non tutti possono dire “Io sono un Karamazov”.
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