Martedì, 21 Maggio 2013

Storia

Gli Inglesi alla guerra contro Boney armati di inchiostro e ironia

Caricature di Napo
Alla data dell'11 febbraio 1816, nel suo Memoriale di Sant'Elena, Emmanuel de Las Cases ricorda all'ex Imperatore l'ondata di caricature portata (causata) dalla Restaurazione. Una in particolare divertì Napoleone: “Castello delle Tuileries: una folla di oche e di tacchini entra dalla porta, spinta da soldati di tutte le nazioni e di varie armi. Nello stesso istante da una finestra del primo piano un'aquila ad ali distese si allontana in un volo rapido e maestoso e in basso la scritta: Cambiamento di dinastia. Napoleone era stato il protagonista e il bersaglio di infinite caricature ed era ben consapevole del loro potenziale distruttivo, capace di irridere e smitizzare qualunque potere.
Dei duecentocinquanta oggetti esposti alla bella mostra Napoleone sulla Schelda, circa un decimo è costituito proprio da caricature.
Tra le prime appare quella in cui Napoleone (non ancora autoproclamatosi Imperatore dei Francesi) è intento fare a fette il mondo per mangiarsi l'Europa, mentre dall'altro lato del tavolo il primo ministro inglese William Pitt, più compito, si riserva l'altra metà del globo. Poco più avanti fa la sua comparsa John Bull, personificazione dell'uomo britannico, che se ne sta seduto con le mani sulle ginocchia mentre Napoleone – come un moderno Atlante – gli si rivolge per chiedergli un favore, piegato in due dal peso del mondo che porta sulle spalle.
In un opuscolo stampato e diffuso all'epoca viene addirittura immaginato un dialogo tra Napoleone e John Bull. Questi chiede a Bonaparte: “Perché odiate tanto la nostra libertà di stampa?” per sentirsi rispondere: “Che domanda sciocca, John! Perché? Perché essa svela tutti i miei progetti più reconditi. Perché mi rende odioso ai miei sudditi e all'Europa intera, rivelando i fiumi di sangue, le distruzioni, le rapine per mezzo delle quali sono giunto al potere e vi rimango. Perché consiglia l'amore, la lealtà e l'obbedienza a un re che intendo detronizzare, e l'unanimità a un paese che intendo conquistare, depredare e distruggere”.
Un'analisi politica stringente che necessariamente deve sorvolare sul fatto che la specialità del regicidio per via rivoluzionaria ha visto i Francesi arrivare secondi dietro gli Inglesi, distanziati di quasi un secolo e mezzo. Un salto all'indietro di un quindicennio riporta proprio alle fasi più cupe della Rivoluzione, per opporre un magrissimo sanculotto che si ciba di cipolle, rappresentazione della libertà francese, a un rubicondo suddito inglese, alle prese con un succulento cosciotto, simbolo della schiavitù britannica.
Il sogno degli Inglesi era veder sfilare l'acerrimo Nemico per le vie di Londra chiuso in gabbia e un anonimo disegnatore lo raffigura di dimensioni lillipuziane con un enorme cappello alto quanto lui, esposto alla curiosità dei londinesi prigioniero in una gabbia di uccelli. Allo stesso anno (1803) risale l'acquaforte con l'ingresso trionfale del Primo Console a Londra, in cui Bonaparte è costretto a cavalcare seduto al contrario.
Tutte le caricature esposte in mostra hanno la finalità di ridicolizzare la persona, il ruolo, le vittorie o le pretese di Napoleone (o dei Francesi che in quel momento storico lui rappresenta), sminuendoli e demitizzandoli. Come ha messo in evidenza il curatore Jan Parmentier durante la chiacchierata che ho avuto con lui al MAS, queste opere rappresentavano il controcanto alla propaganda ufficiale francese. Facevano parte di una ricchissima e particolarmente elaborata campagna diffamatoria con cui la stampa inglese combatteva la sua guerra contro la Francia rivoluzionaria prima e napoleonica poi. Durante la navigazione verso l'isoletta di Sant'Elena, de Las Cases ricorda che gli ufficiali inglesi riconoscevano di avere della Francia e di Napoleone una visione molto parziale: “Ci meravigliavamo a vicenda: loro ci sorprendevano con i loro pregiudizi; noi li stupivamo con le nostre idee e i nostri princìpi del tutto nuovi, di cui non avevano alcuna idea: la Francia gli era, insomma, più estranea della Cina”.
La mostra di Anversa si conclude proprio con una caricatura del dicembre 1813: vi è raffigurato Napoleone che, novello barone di Münchausen, viene lanciato in aria da amici e nemici per finire a Saint Cloud: la disfatta di Lipsia (a ottobre) di lì a pochi mesi avrebbe costretto l'Imperatore alla prima abdicazione che l'avrebbe condotto in esilio all'Isola d'Elba.
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A Gerusalemme una bella mostra racconta l'ultimo viaggio di Erode

ERODE
Ha tutte le carte in regola per essere una delle mostre archeologiche più interessanti dell'anno: Erode il Grande, l’ultimo viaggio del Re, è l'esposizione con cui riapre i battenti, dopo i lavori di ammodernamento, il Museo d'Israele a Gerusalemme. Dedicata al sovrano più famoso (dopo Davide) è anche un omaggio all'archeologo Ehud Netzer che ha speso tutta la vita studiando la storia dell'epoca di Erode il Grande, fino a scoprirne la tomba nel 2007 e a trovare la morte tre anni dopo, per le ferite riportate in una rovinosa caduta proprio all'Herodion. Netzer aveva partecipato alle campagne di scavi di Masada con il mitico di Ygael Yadin (e qui l'aggettivo “mitico” condensa la sua opera pionieristica di archeologo ma anche la sua enorme influenza nell'immaginario collettivo israeliano attraverso l'esaltazione dell'estrema difesa della fortezza da parte di un gruppo di resistenti all'occupazione romana, giunta fino al suicidio collettivo, stando all'intenso racconto dello storico ebreo – ma filo romano – Flavio Giuseppe).
Il percorso espositivo raccoglie circa 250 reperti provenienti da siti archeologici che raccontano quel periodo cruciale per la storia della regione e dell'intero Mediterraneo: Erode, nato attorno al 73 a.C. fu re dal 37 al 4 a.C. Ci sono per esempio affreschi e tre sarcofagi rinvenuti nella tomba del re all'Herodion, la vasca privata del re ritrovata nella fortezza di Cipro e un'altra vasca in marmo che gli studiosi ritengono offerta in dono ad Erode dall’imperatore Augusto. Pannelli illustrativi, modellini (come quello del mausoleo del sovrano) e ricostruzioni virtuali consentono ai visitatori di immergersi nella storia del primo secolo avanti Cristo.
“Il professor Ehud Netzer, con la scoperta della tomba di Erode, ha coronato gli scavi intrapresi nel sito dell’Herodion nel 2007. Gli importanti reperti riportati alla luce dagli archeologi che hanno lavorato nel sito in questi ultimi cinque anni hanno accresciuto la nostra riconoscenza per le grandi scoperte del prof. Netzer, contribuendo ad arricchire la nostra comprensione di Erode, del suo regno e del suo ruolo nella storia della regione. – ha dichiarato James S. Snyder, direttore del Museo – Siamo fieri del restauro completo della tomba effettuato dall’équipe dei conservatori del Museo e raggianti di emozione di presentare per la prima volta al pubblico questi resti impressionanti in occasione di una mostra che fa luce su un periodo cruciale della storia della Terra di Israele.”
La mostra, aperta lo scorso 13 febbraio, avrebbe dovuto chiudersi il prossimo 5 ottobre, ma è stata prorogata fino al 4 gennaio dell'anno prossimo.
Herod tomb installation. Photo © The Israel Museum, Jerusalem / by Elie Posner
King Herod's sarcophagus (?) fashioned in reddish limestone and decorated with rosettes and palmettes
Photo © The Israel Museum, Jerusalem / by Meidad Suchowolski
Magnificent glass drinking cups, from the time of Augustus, 1st century CE. This type of ware was used in the lavish banquets of the Roman aristocracy and was no doubt used in Herod's palaces too. On loan from the Metropolitan Museum of Art, New York, Gift of Renée E. and Robert A. Belfer, 2012. Image © the Metropolitan Museum of Art
Footed marble basin decorated with Silenoi heads. The basin was probably given to Herod as a gift from Emperor Augustus or his second in command, Marcus Agrippa, the 1st century BCE. On loan from SOAJS. Photo © The Israel Museum, Jerusalem / by Meidad Suchowolski
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Sulla Schelda di Anversa torna Napoleone. Anzi: Bonaparte

Sulla Schelda di Anversa torna Napoleone. Anzi: Bonaparte
Emmanuel de Las Cases, nel Memoriale di Sant'Elena, alla data di sabato 2 novembre 1816, racconta dei disturbi di cui soffriva Napoleone in quei giorni Napoleone. Febbricitante e più inquieto del solito, girovagava per la casa ma non
“Ha detto che aveva fatto molto per Anversa, ma che era ancora poco rispetto a quello che contava di fare. Intendeva farne dal mare una base d'attacco mortale per il nemico; dalla parte di terra, la voleva rendere una risorsa sicura in caso di grandi disastri, un vero caposaldo per la salvezza della nazione. […] L'Imperatore disse pure che aveva deciso che tutto fosse gigantesco, colossale. Anversa, da sola, sarebbe stata come una provincia intera.
Una mostra seria, che non si lascia andare a facili giochini, un pericolo costante quando si ha a che fare con Napoleone. Ma appunto, come recita il titolo, Napoleone NON è il centro dell'esposizione: il ruolo di protagonista spetta invece ad Anversa o ancora più precisamente a quel ventennio (allargato) in cui la città rivestì un ruolo di primo piano nello scacchiere europeo. L'importanza strategica di questo porto sulla Schelda era chiara ai Francesi ancora prima che Napoleone concentrasse nelle sue mani tutto il potere: il percorso espositivo infatti si apre con una stampa del 1794 raffigurante la presa di Anversa da parte dell'esercito repubblicano, avvenuta il 17 luglio di quell'anno. A quel tempo il giovane Buonaparte (che ancora conservava la u nel cognome) aveva altri e più grossi problemi: era stato appena nominato generale di brigata, ma la sua carriera  rischiava di venir compromessa dalla caduta dei fratelli Robespierre, ghigliottinati qualche giorno dopo.
I Francesi avevano un bel dire che non si trattava di una conquista – e infatti gli organizzatori hanno posto accanto alla stampa un proclama che invita la popolazione a mantenere la calma – ma la situazione era chiara agli occhi di tutti e gli Inglesi ironizzavano
Grazie a un libretto, disponibile anche in inglese, particolarmente ricco di informazioni (un encomio agli organizzatori!), il visitatore può vedere com'era l'Anversa a cavallo tra la fine del Settecento e i primi anni del secolo seguente, ma anche come gli occupanti immaginavano che sarebbe diventata: mappe, progetti, cartine in cui l'aspetto tecnico (di una precisione mai sperimentata prima) si fonda con un'eccezionale resa artistica. Alcune grandi tele, poi, raccontano i momenti decisivi di quel ventennio formidabile. Ecco l'ingresso di Bonaparte e sua moglie Giuseppina il 18 luglio 1803, in un dipinto realizzato da Mathieu-Ignace Van Bree (pittore di Anversa al servizio di Napoleone: lo vedete ritratto dal collega Antoon Van Ysendycl lì vicino): accanto è stata posizionata una riproduzione con l'indicazione dei principali personaggi che vi sono raffigurati, in una sorta di who was who. Van Bree si occupò anche di realizzare alcune scenografie per accrescere il lustro della festività organizzate in onore di Napoleone.
Più avanti è esposto un'altra grande tela di Van Bree: e il visitatore deve mentalmente confrontare le due opere, non tanto dal punto di vista artistico, quanto sul piano storico, considerandoli documenti d'epoca, antesignani delle moderne fotografie ufficiali. Sono trascorsi appena sette anni dalla scena precedente, ma è cambiato In questa seconda opera il pittore ha immortalato
La propaganda era cibo quotidiano (e la pubblicità di oggi ne è la diretta erede): a volte raffinata, altre più grossolana e diretta. Tra i pezzi più belli si segnalano le coloratissime caricature, vere e proprie
Ma c'è anche il modellino dell'imbarcazione su cui
una spada appartenuta a un membro della Guardia d'Onore
C'è spazio ovviamente per l'arcinemico della Francia, ovvero l'Inghilterra con la sua capitale cosmopolita e le sue navi
Una piccola sezione è dedicata alle nuove misure: il mondo stava cambiando
Registri (con l'atto di nascita di una giovane cittadina di Anversa), ritratti, monete, il missile messo a punto da William Congreve
Ma avremo modo di tornare su questa esposizione in successivi approfondimenti.
Chiusa: mentre il bronzeo Rubens pare invitare i turisti a entrare nella Cattedrale per ammirare i suoi capolavori (grazie all'esposizione Reunion è possibile ammirare a pochi metri di distanza l'una dall'altra la Salita alla Croce e la Deposizione), un gruppo di figuranti nei panni di soldati francesi fanno pubblicità alla mostra del MAS, gridando Vive la Republique! Chissà che ne penserà il re del Belgio...
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A due secoli dalla riscoperta, Petra dei Nabatei risplende a Basilea

Johann Ludwig Burckhardt
Per visitare la mostra Petra, si scende nel sottosuolo e ancora prima di accorgersi del busto di Burckhardt, si nota l'immagine di una carovana di cammelli che attraversa il deserto, proiettata sul pavimento della prima sala. È un invito al viaggio! Come avevo già avuto modo di constatare visitando la precedente mostra, tutte le didascalie sono purtroppo soltanto in tedesco. Per fortuna però i visitatori hanno a disposizione anche una guida in francese, da riconsegnare al termine della visita.
Il percorso espositivo è volutamente a zig zag per rimandare al tracciato del wadi di Petra, accostamento rinforzato dal colore ocra dell'allestimento, con pannelli poligonali che ricordano le rocce della perla del deserto. La prima parte si concentra sulla figura di Sheik Ibrahim, dall'infanzia a Basilea (era nato alla fine del 1784), agli studi a Neuchâtel e Lipsia, al trasferimento a Gottinga. Desiderava lavorare in diplomazia o diventare funzionario, ma non trovando lavoro in Germania emigrò in Inghilterra: un esempio per i giovani di oggi! L'opportunità di un viaggio avventuroso gliela offre nel 1808 l'Associazione per la Promozione della Scoperta delle Parti Interiori dell'Africa (il cui nome bastava già a scoraggiare i più pavidi...): la sua missione era esplorare l'Africa centrale alla ricerca di metalli preziosi. Da Malta giunge ad Aleppo e in Siria affina il suo arabo. Desta sorpresa venire a sapere che Burckhardt visita Petra quasi per caso. Era partito infatti da Il Cairo per il cuore del continente, ma alle carovane dirette a Timbuctou era stato imposto il blocco per evitare il propagarsi delle epidemie che erano scoppiate. Ma il nostro temeva più di tutto l'inoperosità, per combattere la quale si trasferì in Nubia, nel Sinai e in Arabia. A piedi, a cavallo o sul cammello percorse migliaia di chilometri e alla fine il suo fisico dovette risentire di tutto quello sforzo: rientrato a Il Cairo il 15 ottobre del 1817, infatti, sarebbe morto di dissenteria. Aveva appena trentatré anni.
In mostra sono esposti strumenti simili a quelli con cui Burckhardt elaborava la mappe delle regioni che visitava e le piantine delle città, antesignani dei nostri navigatori satellitari. A dispetto del viaggio alla Mecca, rimane il mistero della conversione all'Islam, perché nelle sue lettere il viaggiatore non fornisce informazioni a questo proposito. Il percorso espositivo dà conto anche dei viaggiatori e degli esploratori che seguirono per primi le tracce dello svizzero, come William John Bankes, Charles Leonard Irby e James Mangles. Poi ci si addentra nella storia dei Nabatei e nella loro cultura (come parlavano e scrivevano), prima di scendere ancora percorrendo una sorta di canale che conduce alla gigantografia del cosiddetto Tesoro, il monumento più celebre e fotografato di Petra. In una sezione è affrontato il problema dell'acqua nella città, poi l'attenzione si concentra su Petra come capitale dei Nabatei, attraverso l'esposizione di oggetti di uso quotidiano e di elementi architettonici, come alcuni spettacolari capitelli. In alcuni box è inoltre possibile visionare dei video in cui gli archeologi raccontano gli scavi più recenti, destinati a chiarire alcuni aspetti della storia del sito rimasti finora oscuri.
La piccola veduta di Aleppo alla metà dell'Ottocento, con la Cittadella sullo sfondo, fa pensare a quali danni può aver subito la città in questi due anni di guerra civile.
L'unica perplessità riguarda la scelta di accostare calchi a manufatti originali, una “moda” che non condivido e che ho già visto in altri contesti, come la peraltro bella e ricca mostra su Costantino a Milano. E come quello di Palazzo Reale, questo percorso espositivo è generoso di pezzi molto interessanti. Nella mia personale lista dei memorabilia mi sono segnato la stele votiva con la raffigurazione degli occhi; la statuetta in terracotta del gruppo di tre musicisti; la statua marmorea di Dedalo; i capitelli con gli elefanti e quelli floreali, con testa maschile e con pigna; il piccolo busto di Iside, in alabastro (purtroppo collocato troppo in basso); il rilievo architettonico con busto di Melpomene e quello con sfinge; la testa colossale di Marco Aurelio; il frammento di rilievo con la rappresentazione del dio Sole; il manico di coltello con testa di leone, in osso; ma sono molto belle anche le gigantografie, come quella che mostra in tutta la sua magnificenza.
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I tesori di Akbar "il più grande" risplendono alla Fondazione Roma

Akbar. Il Grande Imperatore dell’India
Museo Fondazione Roma
Palazzo Sciarra
Via Marco Minghetti 22
Roma
T +39 06 697645599
www.fondazioneromamuseo.it
Fino al 3 febbraio 2013
Orario apertura
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00
lunedì chiuso
(la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti
Intero € 10,00
Ridotto € 8,00
Informazioni e prenotazioni
T +39 06 399 678 88
(da lunedì a venerdì ore 9.00>18.00, sabato ore 9.00>14.00)
Immagine 1
La nascita di Salim nel 1569
Immagine 18 B
L’ avventura di Akbar con l’elefante Hawa’i
Immagine 26
Dei e asura burrificano l’oceano di latte
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La storia del tè è in mostra al Museo Guimet di Parigi

A giudicare dai commenti lasciati sul libro dei visitatori la mostra Il Tè. Storie di una bevanda millenaria ha diviso il pubblico. Deve essere stata comunque un successo, se il Museo Guimet di Parigi ha deciso di prolungarla di tre settimane fino al prossimo 28 gennaio. Qualcuno ha commentato che c’è più da vedere che da imparare, altri hanno sottolineato la massiccia presenza di oggetti provenienti dalla collezione permanente del Museo (dedicato all’arte e alla cultura dell’Oriente). A questo proposito va però detto che in tempi di crisi le istituzioni culturali si arrangiano come meglio possono e in molte occasioni – come in questa – riescono a realizzare mostre interessanti anche “giocando in casa”.
Il percorso espositivo è anticipato da una lunga teca in cui sono illustrati i “fondamenti” del tè: i Paesi che lo coltivano, le diverse qualità e le tecniche di produzione. Il protagonista assoluto della mostra trova invece posto in alcune bacinelle sistemate su dei tavolini: i visitatori possono avvicinarsi e sentire il profumo di numerose qualità, informandosi sulle caratteristiche leggendo le rispettive didascalie (purtroppo solo in francese).
Entrati finalmente nell’esposizione l’attenzione viene subito attirata dall’ingombrante “Tonnellata di tè” dell’artista cinese e attivista per i diritti umani Ai Weiwei: si tratta di un cubo di tè pressato che intende sottolineare – almeno nelle intenzioni dell’autore – l’importanza del tè nella società contemporanea e la “natura” artistica di tutto ciò che fa parte della nostra quotidianità. I pannelli didattici raccontano le tre principali tappe nella millenaria storia del tè: l’epoca del tè bollito, sotto la dinastia Tang (618-907 d.C.); quella del tè battuto, sotto i Song (960-1279) e quella del tè infuso, sotto i Ming e i Qing (1368-1911).
Molto interessante è il video che mostra all’opera la degustratrice di tè Tseng Yu Hui, capace di distinguere le più labili fragranze racchiuse in una tazzina di bevanda bollente (ma al visitatore profano viene inevitabilmente alla mente la gustosa e dissacrante parodia del sommelier fatta da Albanese…). La mostra naturalmente non ha l’obiettivo di raccontare in modo esaustivo la storia del tè, quanto piuttosto quello di illustrarla per sommi capi, attraverso utensili e documenti. Un manoscritto, per esempio, mette in scena la contrapposizione culturale e letteraria tra il tè e il vino, di natura più spirituale il primo, più legato alla carnalità il secondo: ed ecco perché i monaci bevevano il tè e rinunciavano al vino. Ma non tragga in inganno questa distinzione manichea (come del resto quella che contrappone tè e caffè): il tè fu anche al centro di guerre sanguinose, come quella d’Indipendenza americana. Considerando ingiuste e troppo gravose le tasse che gli Inglesi imponevano sul tè, il 16 dicembre 1773 i coloni americani buttarono a mare oltre 300 casse della preziosa materia prima, accendendo la miccia che di lì a poco avrebbe fatto scoppiare la guerra (episodio passato alla storia come l’incidente del Boston Tea Party).
Per sopire eventuali spiriti bellici i visitatori sono invitati a bersi un bicchiere di tè bollente all’uscita della mostra.
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