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Gettysburg e dintorni: un viaggio tra Lincoln e Tolkien Stampa E-mail
Giovedì 23 Luglio 2009 07:05
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Gettysburg e dintorni: un viaggio tra Lincoln e Tolkien
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gettysburg_anteL’America come un sostrato, un livello di base cui via via si sono aggiunti altri piani, coprendoli ma non sotterrandoli. Durante il viaggio in autobus da New York abbiamo visto grattacieli e motel, tralicci anneriti dalla ruggine sopra la ferrovia e campi aperti e spelacchiati. Abbiamo toccato Philadelphia, città della Costituzione, e dato un’occhiata alla sua Chinatown, vicina alla stazione Greyhound. Infine siamo approdati a Harrisburg, capitale della Pennsylvania, e il nostro amico, il Prof. Steven White della Mount St. Mary’s University, è venuto a prenderci. Abbracci, battute in italiano e una chiacchierata sulle nostre ricerche mangiando uno spuntino in un diner. Poi il tratto di strada fino a Gettysburg. Iniziamo a parlare delle conferenze sui miei studi su J.R.R. Tolkien, a cui sono stato invitato da lui e dalla moglie, che lavora nella Biblioteca del campus di Mont Alto della Penn State University.
Infine il discorso scivola sulla storia locale. La vediamo emergere, sotto forma di presenze evocate, nelle ombre della campagna al tramonto. Fu qui, infatti, che nell’estate del 1863, si svolse lo scontro decisivo tra le forze nordiste e quelle sudiste, nell’ambito della guerra di secessione. Per tre giorni (dal primo al 3 luglio) impazzò la battaglia tra le forze unioniste (del Nord) e quelle confederate (del Sud). Queste ultime, paradossalmente, si erano spinte a nord dei nordisti, e li attaccarono. L’Unione, però, resistette fino in fondo, facendo prendere alle ostilità una svolta determinante a proprio favore.
Eccola, la cittadina che sorgeva in mezzo a tutto questo. Gran parte delle case e delle chiese, allora, erano diventate ospedali da campo. Oggi sono tutti tasselli di una grande rievocazione permanente. Al nostro arrivo i negozi sono chiusi, ma Steven ci dice – e lo vediamo attraverso le vetrine spente – che ci sono tantissime gallerie d’arte che espongono esclusivamente quadri ispirati al tema della battaglia. Per non parlare dei negozi di gadget e degli altri luoghi legati alla memoria: tra tutti, il moderno American Civil War Museum.
Il giorno dopo iniziamo a farcene un’idea. Siamo liberi – la prima conferenza sarà solo l’indomani – e ci prendiamo tutto il tempo per percorrere la strada principale della cittadina, Baltimore Street.

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Accanto al motel troviamo subito la sede di una brigata irlandese che partecipò agli storici combattimenti. Poi una chiesa presbiteriana, in passato frequentata dal generale Eisenhower, che dopo la fine del suo ultimo mandato presidenziale venne a vivere qui. Tutto ha un’aria estremamente ordinata, ed emana l’atmosfera di qualcosa di conservato con grande cura. Notiamo anche un paio di cartelli che pubblicizzano dei ghost tours, visite guidate, naturalmente notturne, a luoghi che passano per essere infestati da spettri (una moda locale, ma diffusa anche negli stati del Sud).
Infine, sfociamo nella piazza principale, Lincoln Square, su un angolo della quale sorge l’albergo dove Abraham Lincoln, nel 1863, soggiornò mentre perfezionava il suo celebre Gettysburg Address, un breve ma denso discorso che avrebbe pronunciato in occasione dell’inaugurazione del Soldiers’ National Cemetery, il 19 novembre, a Cemetery Hill, ovvero il punto in cui la battaglia era stata più cruenta.

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In quelle 267 parole avrebbe enfatizzato il valore del sacrificio di tutti i caduti di quel terribile scontro, ma anche alcuni valori fondanti per il futuro sviluppo degli Stati Uniti come democrazia: un messaggio di riconciliazione per guardare al futuro, dopo i massacri della guerra civile.
Andiamo ancora avanti, e poco oltre troviamo la stazione dove sempre Lincoln scese dal treno, quando arrivò qui in quell’occasione. Un solo binario, che oggi attraversa la strada come un graffio sottile. Il piccolo edificio giallo è come imbalsamato nel passato, e spicca contro la pietra chiara del palazzo adiacente.
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Di fronte, un diner intitolato proprio a Lincoln, dove ci fermiamo a mangiare un pranzo a base di sandwich e zuppa di lenticchie.
Due giorni dopo, la prima conferenza è andata bene. Siamo andati con la macchina di Steven al campus di Mont Alto della Penn State University, a una quarantina di minuti da Gettysburg. Guidare in America, dopo tutto, è una cosa normale, a parte il leggero disagio iniziale di abituarmi a un’auto col cambio automatico. Però nell’aria della campagna c’è una lieve foschia, che rende tutto vagamente spettrale. Mi vengono in mente fotogrammi ideali degli scontri di un secolo e mezzo fa, quando l’area dei combattimenti si estese per molti chilometri intorno alla cittadina. L’America mi rivela un’anima muta, che parla attraverso le impressioni dei luoghi e le vite di chi li ha riempiti della loro presenza.


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