Mercoledì, 22 Maggio 2013

Mondo

Lettera dallo Zambia: Carlotta ha voluto la bicicletta e ora pedala

Prima di tutto: grazie a chi ha risposto alle precedenti puntate, grazie a chi scrive per chiedere di me e per raccontare di sé, grazie a chi negli ultimi giorni ha preteso aggiornamenti. Siete l'unico modo per mantenere un piede, o almeno un occhio, lì, nel mio mondo, perché qui perdersi è un attimo - bravi ché mi riacciuffate per i capelli e quindi: sono ricomparsa con l'istantanea della tarantola - che dopo esser stata immortalata è passata a miglior vita, perché va bene essere creature di Dio ma averla come coinquilina è troppo. Ora arrivano le notizie, in ordine di importanza.
La prima, già quasi datata: ho comprato la bicicletta. La volevo da quando ho visto i contadini pedalare per la strada che dalla town porta dove abitiamo, e la volevo esattamente così, nera da uomo con i freni a bacchetta il sellino molleggiato il portapacchi solido l'astuccio con gli attrezzi attaccato al manubrio il campanello gigante i copertoni larghi, evidentemente pesantissima, sicuramente problematica. È stato l'acquisto più sudato della mia vita, non me la volevano assolutamente vendere.
Vorrei quella bicicletta, no non la misura grande, non riesco a mettere i piedi per terra, quella piccola - ma poi chi la porta a casa, la carichi in macchina? - che domanda è, la porto a casa io, pedalando - non può venirla a prendere tuo marito? Se prendi questa poi per lui è troppo piccola - non hai capito, io non voglio questa per riuscire a portarla fino a casa, ma perché è la MIA bicicletta, non di mio marito! - ma tu non sei capace di pedalare con questa qui, tu vuoi QUELLA LÌ! (indicando la misura più grande delle mountain bike da bambino, che mi arriva all'anca, sulla cui sella si vedono arrancare le donne più emancipate) - ma lo saprò cosa voglio! QUESTA tutta cromata vintage zambian style! - AUE! (che vuol dire NO!) impossibile! (e le persone intorno a noi, tutti uomini, che facevano l'eco, AUE! AUE!, per metà scandalizzati e per metà sghignazzando) questa serve per andare nei campi per caricare il carbone per trasportare la bamayo (la moglie) dietro sul portapacchi, non per la town! - Ma che town, io vivo in una farm!
Ho pestato i piedi, ho sventolato le 450 kwacha sotto il naso del proprietario e con la ricevuta in pugno sono andata in magazzino ad aspettare che la montassero. Li guardavo armeggiare con la pedaliera, che cigolava ancor prima di passare dal via: ha iniziato a salirmi l'ansia. Ho chiesto che ingrassassero la catena, han risposto non abbiamo grasso; che mettessero la gomma dentro al cerchione per coprire gli spuntoni dei raggi, mi han guardata interrogativi: ho capito perché non ci sono ciclisti africani che corrono al Giro d'Italia. Per farla breve: sono arrivata a casa con entrambe le camere d'aria bucate, e per i successivi quattro giorni ha diluviato - una roba mai vista nonostante la piena stagione delle piogge, volevano farmi esorcizzare in sella. Poi è tornato il sereno, la creatura è stata presa in consegna dai ragazzi del progetto meccanica del cicetekelo, e ora fila che è un violino, ovviamente tenendo conto dei suoi limiti strutturali, e io la amo come tutte le biciclette della mia vita.
La seconda, in risposta a chi mi ha scritto "in Italia è Pasqua": qui è stata doppiamente Pasqua - il motivo è lo stesso per cui, quando mi avete scritto "il papa si è dimesso", qui lo sapevamo già: siamo in collegamento diretto con l'Altissimo. Vuoi perché il Signore preferisce stare in compagnia dei poveretti, che si lamentano meno e si accontentano di più, vuoi perché se i poveretti non si aggrappassero alla fede allora non rimarrebbe loro davvero nulla, vuoi perché gli edifici di culto sono più numerosi delle insaka, qui abbiamo fatto le cose per bene.
La domenica delle palme, che mi era sembrata una meravigliosa follia, è stata in realtà una modesta anticipazione: benedizione delle foglie di palma nel mezzo del compound di nkwazi, processione a ritmo di bonghi, strumenti a corde e urla da indiani, con gruppi di donne e bambine in abiti tradizionali che ballavano all'unisono, funzione di tre ore (cronometrate) nella chiesa di sant'Elizabeth. Quando i cori hanno intonato il canto di inizio messa è sparito tutto quel che avevo intorno: il caldo opprimente che filtrava dal tetto di lamiera; la penombra fastidiosa che le aperture ricavate nei muri di fango, più simili a piccionaie che a finestre, non riuscivano a rischiarare; il pianto dei bambini piccoli che le madri non volevano attaccare al seno. Non mi importava nemmeno che la funzione fosse in icibemba, letture e Vangelo compresi - sono stata totalmente rapita dal rito, uguale in tutto e per tutto a quello cui ho sempre assistito, eppure così estraneo. Uno su tutti, il momento dell'offertorio: prima viene passato di mano in mano il cesto per gli spiccioli, quindi inizia un'eterna sfilata di donne e uomini che portano all'altare il ben di Dio, uova latte sacchi di patate cavoli giganti pomodori galline tenute per le ali capre legate con la corda stoffe detersivo per lavare i panni, tutto per il prete - sempre a suo beneficio, è stata fatta un'arringa finale da parte del portavoce della comunità, che ha incitato i parrocchiani ad autotassarsi per comprare una macchina.
Tutto questo era niente in confronto alla veglia pasquale del sabato sera (il venerdì santo ero di turno in cucina, e in ogni caso sentivo di non poter sostenere tre funzioni in tre giorni, per un totale di dieci/undici ore, peggio della maratona del Signore degli Anelli). Mi sono imbucata sullo schoolbus dei ragazzi del progetto cicetekelo, diretti al Franciscan Centre, alla loro prima uscita serale, alcuni con le scarpe buone e la cravatta, altri con gli occhiali da sole e la maglia dello Zambia, splendidi, io con un citenghe, la stoffa che le donne legano in vita a mo' di gonna, comprato per l'occasione, a disegni blu su fondo giallo canarino.
Crepuscolo rosso fuoco che illuminava la chiesa - un edificio, questo, con tutti i crismi, completo di chiostro convento community school mission press -, ciascuno aveva una candela in mano, la prima è stata accesa con il cero pasquale e da quella tutte le altre, fino a quando le fiammelle non hanno riportato il giorno. Prima ora di letture, in inglese e in icibemba: dormivamo tutti. Poi i maestri del coro han battuto le mani, si sono accese le luci e le croci al neon, è esplosa la musica gospel, pronti che si balla, i bambini in piedi sulle panche, le bambuya con coreografie perfette, i ragazzi da scomunica, gli uomini fischiando con due dita in bocca - tre ore di puro delirio.
I cicetekelo's guys sono usciti per ultimi, rappando l'Ave Maria con stile impeccabile, e il ritorno a casa è stato come nelle migliori gite di classe. Abbiamo cenato a mezzanotte in mensa, inshima e fagioli, siamo andati a letto ballando e ci siamo ritrovati poche ore dopo nella stessa sala, che tutte le domeniche diventa la nostra chiesa, grazie alla presenza esile e potente di padre Tiziano. Abbiamo fatto a modo nostro: funzione essenziale, niente offertorio per ovvi motivi, predica a cura dei ragazzi, canti doppi e balli di gruppo, alla fine gelato vaniglia e cioccolato per tutti - forse non vi ho mai raccontato che abbiamo un laboratorio di pasticceria...
La sensazione dominante, come sempre, è stata quella di vivere qualcosa che da fuori sembra eccezionale, ma da dentro è così semplice, così GIUSTO, da lasciarmi spiazzata. E ci voleva che arrivasse Pasqua, la prima lontana da casa, per sentire un po' di nostalgia - era ora, direbbe qualcuno di mia conoscenza.
E quindi la terza: il mio biglietto aereo è aperto per un anno e non, come credevo, per sei mesi
questo non significa che mi rivedrete l'11 di gennaio, ma che forse la mia presenza in terra africana si protrarrà più a lungo del previsto - no mamma, il criterio non è "quando avrò finito di fare quel che sto facendo", altrimenti fate prima a raggiungermi voi, ma "quando sentirò che è tempo di tornare", e sarà quando avrò gli occhi pieni, quando sarò andata a zonzo con lo zaino in spalla (non da sola spero, ma con il mio compagno di viaggio preferito...), quando il bisogno di lasciar decantare sarà più forte di quello di aggiungere ancora qualcosa.
Sto saltando a piè pari compleanni matrimoni anniversari, ma me ne rendo conto solo se mi concentro sugli 11.000 km che mi separano da casa - altrimenti qui è come vivere in una bolla spazio-temporale. È difficile rendersi conto che i giorni scorrono e i mesi cambiano: i nostri ritmi sono lenti e ripetitivi, gli orari si accordano con il sole (non c'è nemmeno l'ora legale, non avrebbe alcun senso in un luogo dove l'elettricità è un lusso), è difficile stendere un menù lungo sette giorni perché non esiste una tale varietà di alimenti. Questo tipo di vita è quanto di più essenziale io abbia mai sperimentato (qualcuno di mia conoscenza direbbe minimal), e ho una sola parola per descriverla: liberatoria.
Poi certo, non è sempre facile dividere lo spazio domestico con persone che non ho scelto, vedere un senso in ciò che faccio quotidianamente, star sotto il sole cocente senza il lago a portata di tuffo, limitare la mia fantasia ai fornelli, ché a casa il curry non piace a nessuno e nel copperbelt il pesce è un animale raro. Però sull'altro piatto della bilancia ci sono i sorrisi e le mani delle persone che popolano le mie giornate, e se siete mai stati immersi in una disperazione così, o sostenete Emergency, o guardate i documentari, o fate uno sforzo di immaginazione, allora sapete che è una frase retorica maledettamente vera.
Bene. Torno a tradurre i report delle ABA - la prossima volta vi aggiornerò sull'argomento, e includerò le istruzioni per adottare un fantolino a distanza, chi mi ama mi segua.
Vi abbraccio strettissimamente.
Zambia_6_ante
 

Lettera dallo Zambia: Carlotta si morde la lingua per non giudicare

cari tutti,
sono seduta sotto un albero di guava, all'inizio della pista che dalla town porta in campagna, a casa - aspetto che passi lo schoolbus del cicetekelo, o il pick-up dello staff, o un truck di quelli che per pietà si fermano e caricano tutti sul cassone
fa davvero troppo caldo per camminare oggi, il verde brillante dell'altopiano e il cielo infinito e i bambini che mi corrono dietro cantando la canzoncina in icibemba che ormai so a memoria (come sei banca musungu/sicura di star bene/lo vuoi un pomodoro/te lo tiro che così prendi colore) e i militari che sfilano a ritmo, ecco tutto questo oggi non ha nessuna attrattiva
quindi sto qui, ammazzo le formicone che cercano di affittarmi e dopo parecchio tempo dall'ultima mail, scrivo
quel che mi impegna ora si chiama ABA, che sta per Adoption By Affiliation, l'adozione a distanza, qui declinata diversamente a seconda del progetto in cui rientra - bambini di strada, disabili fisici e mentali, orfani, ragazze madri
vale a dire: sostieni un pargolo che vive dall'altra parte del mondo versando mensilmente quel tot che gli permetta di andare a scuola, di mangiare una volta al giorno e di vestirsi decentemente, in cambio di un posto al sole nell'aldilà e di un report annuale con foto, letterina e pagella
è una pratica usuale per noi abitanti del primo mondo, che comporta più o meno la rinuncia ad un caffè al giorno; nella nostra immaginazione il passaggio dal portafogli alle mani del pargolo è lineare, e lui pensa a noi come noi pensiamo a lui, sulla scia di un legame famigliare a distanza
bene
stando a quel che ho visto fino ad ora, potete serenamente resettare tutto, così come ho fatto io - per un po' mi sono intestardita, facendo la tipica, pessima figura della colonizzatrice che sa qual è il modo giusto di procedere, fino a quando mi è stato consigliato di andare panono panono se volevo mantenere il senno e arrivar da qualche parte, e ho finalmente capito che la prima sfida è abbandonare gli schemi europei e rispettare quel che mi trovo avanti, per quanto assurdo possa sembrare ai nostri occhi bianchi
sfido chiunque a non considerare follia la prassi della retta scolastica non solo per gli istituti privati, frequentati solo dalla upper class, ma anche per quelli pubblici, differenziati in governativi, che garantiscono lo svolgimento di un programma che copra le materie fondamentali e degli insegnanti qualificati (il tutto secondo i canoni zambiani, ovviamente) e comunitari, scadenti da tutti i punti di vista
alle tasse scolastiche bosogna aggiungere l'uniforme, obbligatoria e composta da camicia+cravatta+pantaloni/gonna, rigorosamente venduti dalla scuola stessa, personalizzati dallo stemma; scarpe per forza nere, per forza di pelle, da lucidare tutti i giorni, e calze lunghe bianche, da lavare tutti i giorni, perché dopo aver attraversato il compound sono rosse di terra; jersey, ovvero cardigan, da comprare dove vuoi, tanto costa ovunque un patrimonio
dopodiché, essendo studenti e non camerieri, avranno bisogno di zaino quaderni astuccio calcolatrice e tutto quel che viene richiesto dalla scuola, compreso una risma di carta bianca, un rotolo di carta igienica e un pacco di candele, da consegnare il primo giorno, ovviamente a beneficio del corpo insegnante
e sfido chiunque a non sbarrare gli occhi davanti agli istituti che sembrano alveari: le finestre e le porte sono chiuse da grate e zanzariere, in ogni classe ci sono fino a settanta studenti, stretti nei banchi di legno come quelli dei nostri nonni, tutt'uno con le panche, e gli edifici brulicano dall'alba al tramonto perché per far fronte all'enormità della domanda esiste il doppio turno, come al ristorante
nonostante ciò, si ha la sensazione che nessuno studi davvero, perché i cortili sono sempre affollati da un costante, variopinto viavai, le iscrizioni sono ancora aperte, i pagamenti in atto, le code per ritirare le uniformi eterne (preciso che l'anno scolastico, qui, inizia a gennaio, ma siamo comunque in marzo, e stanno per arrivare le prime vacanze, ovvero l'intero mese di aprile)
tutto questo è parte integrante del paesaggio zambiano, e fino a quando non ci ho avuto a che fare direttamente mi sembrava quasi folkloristico
il mio punto di vista è cambiato in un istante davanti all'elenco dei nominativi delle ABA, che corrispondono ai volti dei ragazzi di tutte le età, e a quelli delle loro mamme o nonne o parenti più o meno stretti, che chiedono di essere sponsorizzati
a loro, che partono a piedi dal compound per raggiungere la sede amministrativa dell'associazione, in town, con i risultati dell'anno precedente stropicciati in mano, importa ben poco la provenienza delle totmila kwacha che occorrono per sedersi in un banco - che vengano da ba-daisy, la burrosa zambiana che gestisce il progetto, conosce le loro storie e traduce per me dall'icibemba, dalla nuova musungu che fa domande, aggiorna indirizzi, distribuisce school items, scartabella domande di ammissione, da una famiglia adottante o dal padreterno, è la stessa identica cosa
basta che ci siano: no sponsor no school; niente attestato di grade 12, possibilità di trovare un lavoro retribuito praticamente nulle
e io guardo le unghie dipinte della madre di abdu, paul e richard, nati da padri diversi, che non sa come mantenere, e mi mordo la lingua; annoto la bocciatura di emeldah, a cui l'insegnante ha fatto il witchcraft, il malocchio, e mi mordo la lingua; aspetto che daisy faccia da interprete tra me e bernard, grande e grosso, che non sa una parola di inglese perché a scuola non glielo insegnano, e mi mordo la lingua; chiedo l'emissione di un secondo assegno a beneficio di christabel perché il primo è stato usato per comprare cibo invece che per pagare la retta, e mi mordo la lingua; vado tre volte nella stessa scuola a mostrar la fotocopia della ricevuta persa dalla segreteria altrimenti non ammettono wendy in classe, e mi mordo la lingua; consegno il pacco di materiale scolastico a felisitas che porta la figlia di tre mesi annodata sulla schiena ed è determinata a tornare a studiare dopo un anno di interruzione, e mi mordo la lingua; impiego mezza giornata per raggiungere una boarding school dispersa nel bush, che offrendo vitto e alloggio costa carissima, e trovo i ragazzi che zappano, lavano, cuciniano invece di far lezione in classi comunque troppo fatiscenti per essere agibili, e mi mordo la lingua - perché chi sono io per giudicare?
ma non ci riesco mai davvero: la comprensione e l'accettazione sono ancora un traguardo lontano, forse irraggiungibile, a meno di non naturalizzarmi zambiana - ma ci vorrebbe altro che la testa a treccine!
by the way, spero si legga tra le righe che la vostra rinuncia quotidiana ad un caffè è cosa buona e giusta, perché anche se quel soldino non finirà dove pensate, anche se il vostro pargolo non diventerà medico o avvocato come sta scritto nelle letterine, e se lo diventerà non saprà mai che lo deve a voi, in posti come questo anche un gesto piccolo così è vitale
nel bel mondo lo bevi in un fiat, qui viene moltiplicato, o usato come seme, o trasformato in un hard cover book da 196 pagine - vedetela come volete, ma lanciatelo lontano, quel soldino
e per ora è tutto
c.
Zambia_5_ante
   
 

Lettera dallo Zambia: "Cicetekelo" vuol dire speranza

le cose che mi chiedono: sei mulatta, ché sei così scura e hai quei capelli?
cosa mangiate dove abiti tu, con l'inshima - una specie di polenta fatta con la farina bianca di mais, alimento base della loro dieta, cotta sul braciere dentro pentoloni grandi come tinozze, mescolando con un bastone, divisa in porzioni sostanziose e mangiata con le mani, perché ogni boccone va lavorato nel palmo fino a raggiungere la giusta consistenza, e viene portato alla bocca dopo aver raccolto la verdura che lo accompagna, cavoli o foglie di zucca o foglie di rapa (noi siamo fortunati, c'è quasi sempre anche del pollo, del pesce secco, o un pastone di arachidi supernutriente)
quando io rispondo che noi abbiamo una cosa simile ma la cuciniamo solo d'inverno, dicono poverina, mangi solo le verdure?: non concepiscono un pasto diverso
e poi mi chiedono ma da te le case come sono, e le strade, e gli alberi, e le biciclette ce le avete? io dico che è tutto uguale, loro mi guardano increduli e hanno ragione, perché non è uguale per niente
è lo stesso concetto, ma amplificato
per loro la casa è una costruzione angusta e buia, con il tetto se va bene di lamiera, se va male di paglia, spesso una sola stanza con i divani, dove si dorme anche, e dietro una tenda la dispensa
gli alberi sono manghi e banani e jacaranda trees con le cime punteggiate da fiori arancioni che quando cadono disegnano un tappeto appiccicoso tutto intorno
sui fori bisognerebbe aprire un capitolo a parte: incantano per la stranezza della forme e dei colori, sono come quelli che inventi da bambino quando ti stufi di disegnare margherite e non poni limiti alla fantasia
la strada è sterrata, e in un attimo diventa un fiume di fango, che incide solchi profondi, rendendola impraticabile perfino per il truck che usiamo come schoolbus - se è asfaltata è talvolta peggio, perché piena di buche che costringono a zigzagare da un lato all'altro
la bicicletta è un lusso, modello da uomo old style, viaggia quasi sempre con un passeggero seduto sul portapacchi, oppure viene usata per trasportare pesantissime gerle di carbone, legate una all'altra a formare una piccola montagna, e per poterla spingere fissano un lungo bastone al manubrio
e chi non ha la bicicletta cammina, allineandosi in una processione ininterrotta di donne che vanno e tornano dai campi tenendo in equilibrio sulla testa ceste sacchi e perfino zappe, di ragazzi in uniforme scolastica, di gruppi di bambini che quando sono stanchi si siedono e guardano chi passa
la vita privata e pubblica scorre all'aperto: si cucina, si mangia, si fa il bucato seduti sulla terra, si vende e si compra al mercato, organizzato in banchetti di legno, oppure a lato delle strade più trafficate, frutta verdura vestiti borse scarpe pezzi di ricambio tecnologia galline divani assicurazioni tutto
ci si ubriaca anche per strada, bevendo birra da cartoni come quello del latte, e si dorme dove capita, nelle aiuole sui bancali di legno sotto le tettoie dei benzinai, gli adulti in solitaria, i bambini in gruppo
è di notte che si vanno a cercare i piccoli che vivono sulla strada: è l'unico modo per capire se sono davvero abbandonati a loro stessi oppure vagabondano solo di giorno, laceri e ridanciani, aspettando le madri che dai campi vengono a vendere in centro, senza sapere dove lasciarli
a fine giornata rimangono solo quelli che non hanno un posto in cui andare, perché sono orfani o abbandonati o scappati
fanno l'elemosina fuori dai locali notturni, la maggior parte di loro spende tutto per la marijuana o per quello che viene chiamato bostic, la colla che sniffano da bottiglie di plastica
poi si accucciano da qualche parte, lontano dalla zona più frequentata, che diventa pericolosa quando il tasso alcolico si alza, e aspettano che si faccia di nuovo giorno
la prima volta sulla strada temevo che il cuore andasse in pezzi troppo piccoli per poterli ricomporre: occhi liquidi che ti guardano senza chiedere, senza sperare, enormi nel viso spigoloso
dimostrano tutti meno anni di quelli che hanno realmente, e davanti ad un ragazzino di sei o sette anni devi frenare l'impulso di nasconderlo sotto la giacca e portarlo via
il pensiero che nella corsa ad ostacoli della loro vita dopo il rischio di nascere sieropositivi, la malnutrizione, le malattie infantili, le violenze da parte di adulti che considerano i bambini l'ultima ruota del carro, il pensiero che dopo aver saltato tutto questo ci siano la strada e quella droga orrenda, è insopportabile
me ne sono resa conto in un attimo: sto vivendo qualcosa di miracoloso - o di straordinario, dipende da quello in cui credete
scegliete voi come chiamare il progetto cicetekelo, che convince pazientemente i bambini di strada a iniziare un percorso di recupero che richiede impegno e consapevolezza, fatto di gradini a cui corrispondono luoghi diversi
fase 1, dove imparano a vivere la loro età, protetti dalle intrusioni del mondo circostante
fase 2 per i più piccoli, che prevede una preparazione scolastica di "quattro anni in due" per i neofiti, e altre attività per tutti quelli che sono già stati reinseriti nelle community school
fase 3 per i più grandi, che riprendono la scuola da dove l'hanno interrotta oppure ricevono insegnamenti pratici, che li preparano al mondo del lavoro - ed è all'interno di questa grande struttura che abitiamo noi volontari
i ragazzi che fanno parte del progetto sono moltissimi, così come le forme assistenziali: ci sono i residenti, tolti dalla strada a 6 anni, che vivono e diventano grandi qui; quelli che dopo fase 1 tornano alla famiglia di origine, ma continuano ad essere seguiti nel percorso scolastico o formativo; i casi meno vulnerabili, termine tecnico, che sono in grado di camminare da soli se supportati economicamente
inutile dire che è una goccia in un mare di brutture, ma è una goccia meravigliosa, e non poteva avere nome più azzeccato: cicetekelo vuol dire speranza
questa volta sono stata prolissa; per rispondere alle domande di tutti, comunque, dovrei scrivere un romanzo
panono panono ci arrivo - e non si tratta solo di raccontare, ma in primis di capire
come sempre vi abbraccio,
c.
per inciso, sono arrivata al fondo del container e ho iniziato la grande distribuzione, partendo dai più piccoli - le immagini descrivono meglio di quanto possa fare io
http://instagram.com/salottoraccontaQuarta lettera di Carlotta dallo Zambia.
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Lettera dallo Zambia: entrare nella realtà "panono panono"

cari tutti,
questa volta aprofitto di una gita in clinica per scrivervi: la mia compagna di stanza mi ha tenuta sveglia tutta la notte, stamattina l'ho accompagnata qui, mettendo a tacere l'impulso di darla in pasto alle formicone nere, e ora attendiamo la diagnosi
sono circondata da un campionario variopinto di madri e figli, tutti benvestiti, perché questa è una struttura privata
la stragrande maggioranza affolla le corsie dell'ospedale pubblico, dove il rischio di prendere malattie peggiori di quella per cui si è in cura è praticamente una certezza
forse anche per questo - oltre che per i costi, la distanza dell'ospedale dai compound, l'abitudine alla sopportazione, le tradizioni popolari - il medico è l'ultima spiaggia
le tradizioni popolari: quando le ho sentite citare tra le cause di mortalità, ho pensato agli antichi rimedi della nonna, e ci credo che vai all'altro mondo se curi la malaria con il decotto di foglie di papaya
non è così semplice
sto imparando a capire cosa significa, entrando piano piano - panono panono - nelle pieghe della realtà che mi circonda
il primo lampo in un centro nutrizionale, dove una volta alla settimana le madri, più o meno ragazzine, o chi ne fa le veci, sorelle o zie o nonne di orfani, si raccolgono per affrontare la più grande ingiustizia, la malnutrizione infantile
l'associazione ha creato negli anni un punto di raccolta in ogni compound, così da poter gestire le situazioni di emergenza, vale a dire: o lo prendiamo in tempo o questo bambino muore
in questi ricoveri, che sono spesso tettoie di paglia, i bambini vengono pesati e misurati, si impara a cucinare un pasto equilibrato con quel che c'è a disposizione, ad agire in fretta in caso di malattia, a temere l'inappetenza, a distinguere le guance paffute dall'edema, e alla fine si porta a casa un pacchetto di pes, composto farinaceo supernutriente, e di volta in volta zucchero, legumi, frutta, verdura, arachidi
è banale dire che una madre non dovrebbe mai trovarsi a misurare la circonferenza del braccio del proprio figlio, sperando che il muac, l'apposito braccialetto, faccia un giro abbastanza ampio da risultare non verde, ma almeno giallo - il rosso determina un diametro inferiore ai 2,5 cm
ma è atroce scoprire che alcune di loro si rassegnino alla situazione: il bambino non aumenta di peso, passa da una malattia all'altra, si spegne
tanto è inutile, dicono con gli occhi queste donne impenetrabili
perché la mia vicina di casa per invidia ha fatto il malocchio, perché non avevo di che pagare la levatrice, perché non ho restituito gli abiti di mio marito morto alla famiglia e porta male - e quel bambino è segnato, secondo la tradizione popolare
per ciascuna di queste storie disperate ne esiste una che fa da contraltare, e lo spirito che anima questi luoghi ai margini del mondo - perché al di là del compound non esiste nulla - è soprattutto fiero e coraggioso
pare sia arivato l'esito dal laboratorio - uno sgabuzzino dove giocano al piccolo chimico con i fluidi dei pazienti -, forse riusciamo a farci prescrivere una qualche cosa e ad andarcene da qui
rispondo a chi me l'ha chiesto: il mio account su instagram è salottoracconta - se non siete dotati di mezzi tecnologici avanzati, credo che le foto si possano vedere anche in rete, a questo link
un abbraccio dal continente nero, a prestissimo
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Lettera dallo Zambia. Spaesata ma con gli occhi sempre più aperti

cari tutti,
approfitto della partita Zambia-Etiopia per scrivervi - qui sono malati di calcio, quindi sono tutti davanti alla tv, elettrodomestico presente anche nel bar più scassato del compound più disastrato
nel frattempo sono ai fornelli e cucino, indovinate un po', la crema di zucca: crescono gigantesche, ma non sanno bene cosa farsene, mangiano più che altro le foglie stufate
e sbuccio manghi, anche questi extrasize, che in questo periodo dell'anno ti cascano sulla testa mentre cammini
il tutto per un reggimento, perché in casa siamo attualmente 10: i responsabili dell'associazione con il loro figlio adottivo, ovviamente color cioccolato, e noi volontari più o meno specializzati, gelataio nutrizionista educatore tuttofare
abitiamo in una casa da film: mattoni rossi e vetrate, un corpo centrale dove si svolge la vita comunitaria e quattro strutture più piccole intorno, con camere e bagni, il tutto circondato da una vegetazione folta, brillante, alberi altissimi, campi di mais a perdita d'occhio, rigogliosi grazie alle piogge furibonde della stagione estiva
sta arrivando un temporale anche ora, dopo una giornata di sole a picco il cielo si è coperto in un istante e l'orizzonte è livido
questo non mi impedisce di essere in calzoncini e canottiera, ovviamente scalza - questo, unito al fatto che durante il giorno si mangia con le mani e si vive allo stato brado, ha fatto di me una coraggiosa selvaggia in poco più di una settimana: non mi scompongo per gli insetti e i rettili che girano per casa, mi tolgo le scarpe quando la strada diventa un fiume di fango, mangio caterpillar (larve secche superproteiche)
sì mamma, almeno le mani me le lavo, e mangio solo cose cotte, e sbuccio la frutta - anche perché esistono solo manghi e banane, e non bevo l'acqua del rubinetto mentre mi lavo i denti
ho perso il filo delle cose da dire, sono troppe, mi escono dagli occhi e dalle mani, figurarci metterle in una mail
non so ancora rispondere alla domanda: ma cosa vai a fare?, perché sto ancora visitando i moltissimi progetti educativi, formativi, professionali e assistenziali portati avanti dall'associazione
è una realtà complessa e sfaccettata, costruita in quasi trent'anni di attività sul territorio vastissimo di ndola, che si regge sulla collaborazione con gli autoctoni e sul principio della rimozione delle cause
spalanco gli occhi ogni giorno di più, colpita dalla bellezza e dalla disperazione che mi circondano
vi abbraccio, pensatemi
non ho ceduto al richiamo di fb, ma pubblico gli scatti che riesco a rubare su instagram - anagramma ormai noto
a presto per la puntata #2
Zambia_1_ante
 
   

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