Mercoledì, 22 Maggio 2013

Luoghi

La Svizzera guarda alle tradizioni, senza dimenticare il futuro

Le novità della Svizzera guardano alle tradizioni, senza dimenticare il futuro
L'altra sera Svizzera Turismo ha presentato alla stampa del settore le novità per la prossima estate. Dopo il tema dell'acqua che ha caratterizzato il 2012, quest'anno ha deciso di puntare sulle tradizioni viventi. In effetti “tradizione” è probabilmente una delle parole che più facilmente vengono alla mente quando ci viene chiesto di definire la Confederazione Elvetica, tanto questa caratteristica è connaturata all'essenza della Svizzera. Quello che invece stupisce è la levità e l'autoironia con cui gli Svizzeri hanno deciso di comunicare al mondo l'attaccamento alle proprie tradizioni (si sa: il tema si presta fin troppo facilmente a usi impropri – al di là e al di qua delle Alpi, bien sûr).
Il nuovo direttore Armando Trancana ha salutato e ringraziato il predecessore Tiziano Pelli, prima di di affrontare una veloce ma ben calibrata full immersion nelle “tradizioni ben vive” della Svizzera. Centinaia di usanze e tradizioni fanno parte della vita quotidiana degli Svizzeri e una selezione di loro è stata scelta per invitare i turisti nel Paese dei Cantoni. È il caso per esempio dei caseifici alpestri, delle botteghe che ancora producono manualmente il celeberrimo corno delle Alpi (la località di Nendaz gli dedica un Festival Internazionale dal 26 al 28 luglio), della ferrovia a vapore del Furka, sempre nel Vallese.
Il resto della presentazione, affidata ai delegati di alcuni cantoni, è stato un viaggio o meglio ancora un assaggio di alcune tradizioni viventi. A cominciare dalla produzione di orologi (altra tipicità elvetica universalmente riconosciuta, tanto da divenire luogo comune) che ha precise ragioni storiche legate agli spostamenti di intere comunità nell'Europa squassata dalle guerre di religione. Per sfuggire alle persecuzioni numerosi ugonotti si trasferirono nella zona di Ginevra e quando la riforma di Calvino mise un freno all'ostentazione del lusso gli orefici si riciclarono come orologiai. Oggi un percorso di 200 chilometri permette di soddisfare la curiosità degli appassionati di lancette e meccanismi (di precisione svizzera, ovviamente!).
Un'altra tradizione che non è andata perduta è la preghiera quotidiana con la quale i malgari nella Svizzera centrale invocano la protezione sul loro lavoro nei campi. Siamo nella regione di Lucerna, il cuore del Paese: è qui che nel 1291 venne stretto il patto della Confederazione. Non minore attaccamento i nostri vicini transalpini mostrano per la tradizione della lotta, chiamata appunto “svizzera”, che ha origini contadine. Negli ultimi anni questa manifestazione folkloristica sta avendo sempre più successo e i campioni della specialità godono di una fama paragonabile a quella dei calciatori nostrani.
Parlando di assaggi non si può tralasciare la gastronomia ticinese: va assolutamente menzionata almeno la Via dei Grotti di Mendrisio, tradizionale tanto quanto l'arte della paglia delle trecciaiole che realizzavano i cappelli per i nostri nonni.
Ma come arrivare in Svizzera? Meglio utilizzare il treno, sfruttando l'ottimo servizio dello Swiss Travel System. Tra parentesi: lo sapevate che il celeberrimo Trenino Rosso del Bernina era in realtà giallo? Ha preso l'attuale e inconfondibile colore soltanto nel 1943. In Svizzera le tradizioni si sposano con successo con la modernità tecnologicamente più avanzata: ne è una prova la prima funivia cabrio del mondo. Può ospitare fino a 60 persone e in poco più di 6 minuti copre gli oltre 2 chilometri che dalla stazione a valle (a 711 metri s.l.m.) portano a quella a monte (a 1850 m s.l.m.). Da provare!
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Lettera dallo Zambia: Carlotta ha voluto la bicicletta e ora pedala

Prima di tutto: grazie a chi ha risposto alle precedenti puntate, grazie a chi scrive per chiedere di me e per raccontare di sé, grazie a chi negli ultimi giorni ha preteso aggiornamenti. Siete l'unico modo per mantenere un piede, o almeno un occhio, lì, nel mio mondo, perché qui perdersi è un attimo - bravi ché mi riacciuffate per i capelli e quindi: sono ricomparsa con l'istantanea della tarantola - che dopo esser stata immortalata è passata a miglior vita, perché va bene essere creature di Dio ma averla come coinquilina è troppo. Ora arrivano le notizie, in ordine di importanza.
La prima, già quasi datata: ho comprato la bicicletta. La volevo da quando ho visto i contadini pedalare per la strada che dalla town porta dove abitiamo, e la volevo esattamente così, nera da uomo con i freni a bacchetta il sellino molleggiato il portapacchi solido l'astuccio con gli attrezzi attaccato al manubrio il campanello gigante i copertoni larghi, evidentemente pesantissima, sicuramente problematica. È stato l'acquisto più sudato della mia vita, non me la volevano assolutamente vendere.
Vorrei quella bicicletta, no non la misura grande, non riesco a mettere i piedi per terra, quella piccola - ma poi chi la porta a casa, la carichi in macchina? - che domanda è, la porto a casa io, pedalando - non può venirla a prendere tuo marito? Se prendi questa poi per lui è troppo piccola - non hai capito, io non voglio questa per riuscire a portarla fino a casa, ma perché è la MIA bicicletta, non di mio marito! - ma tu non sei capace di pedalare con questa qui, tu vuoi QUELLA LÌ! (indicando la misura più grande delle mountain bike da bambino, che mi arriva all'anca, sulla cui sella si vedono arrancare le donne più emancipate) - ma lo saprò cosa voglio! QUESTA tutta cromata vintage zambian style! - AUE! (che vuol dire NO!) impossibile! (e le persone intorno a noi, tutti uomini, che facevano l'eco, AUE! AUE!, per metà scandalizzati e per metà sghignazzando) questa serve per andare nei campi per caricare il carbone per trasportare la bamayo (la moglie) dietro sul portapacchi, non per la town! - Ma che town, io vivo in una farm!
Ho pestato i piedi, ho sventolato le 450 kwacha sotto il naso del proprietario e con la ricevuta in pugno sono andata in magazzino ad aspettare che la montassero. Li guardavo armeggiare con la pedaliera, che cigolava ancor prima di passare dal via: ha iniziato a salirmi l'ansia. Ho chiesto che ingrassassero la catena, han risposto non abbiamo grasso; che mettessero la gomma dentro al cerchione per coprire gli spuntoni dei raggi, mi han guardata interrogativi: ho capito perché non ci sono ciclisti africani che corrono al Giro d'Italia. Per farla breve: sono arrivata a casa con entrambe le camere d'aria bucate, e per i successivi quattro giorni ha diluviato - una roba mai vista nonostante la piena stagione delle piogge, volevano farmi esorcizzare in sella. Poi è tornato il sereno, la creatura è stata presa in consegna dai ragazzi del progetto meccanica del cicetekelo, e ora fila che è un violino, ovviamente tenendo conto dei suoi limiti strutturali, e io la amo come tutte le biciclette della mia vita.
La seconda, in risposta a chi mi ha scritto "in Italia è Pasqua": qui è stata doppiamente Pasqua - il motivo è lo stesso per cui, quando mi avete scritto "il papa si è dimesso", qui lo sapevamo già: siamo in collegamento diretto con l'Altissimo. Vuoi perché il Signore preferisce stare in compagnia dei poveretti, che si lamentano meno e si accontentano di più, vuoi perché se i poveretti non si aggrappassero alla fede allora non rimarrebbe loro davvero nulla, vuoi perché gli edifici di culto sono più numerosi delle insaka, qui abbiamo fatto le cose per bene.
La domenica delle palme, che mi era sembrata una meravigliosa follia, è stata in realtà una modesta anticipazione: benedizione delle foglie di palma nel mezzo del compound di nkwazi, processione a ritmo di bonghi, strumenti a corde e urla da indiani, con gruppi di donne e bambine in abiti tradizionali che ballavano all'unisono, funzione di tre ore (cronometrate) nella chiesa di sant'Elizabeth. Quando i cori hanno intonato il canto di inizio messa è sparito tutto quel che avevo intorno: il caldo opprimente che filtrava dal tetto di lamiera; la penombra fastidiosa che le aperture ricavate nei muri di fango, più simili a piccionaie che a finestre, non riuscivano a rischiarare; il pianto dei bambini piccoli che le madri non volevano attaccare al seno. Non mi importava nemmeno che la funzione fosse in icibemba, letture e Vangelo compresi - sono stata totalmente rapita dal rito, uguale in tutto e per tutto a quello cui ho sempre assistito, eppure così estraneo. Uno su tutti, il momento dell'offertorio: prima viene passato di mano in mano il cesto per gli spiccioli, quindi inizia un'eterna sfilata di donne e uomini che portano all'altare il ben di Dio, uova latte sacchi di patate cavoli giganti pomodori galline tenute per le ali capre legate con la corda stoffe detersivo per lavare i panni, tutto per il prete - sempre a suo beneficio, è stata fatta un'arringa finale da parte del portavoce della comunità, che ha incitato i parrocchiani ad autotassarsi per comprare una macchina.
Tutto questo era niente in confronto alla veglia pasquale del sabato sera (il venerdì santo ero di turno in cucina, e in ogni caso sentivo di non poter sostenere tre funzioni in tre giorni, per un totale di dieci/undici ore, peggio della maratona del Signore degli Anelli). Mi sono imbucata sullo schoolbus dei ragazzi del progetto cicetekelo, diretti al Franciscan Centre, alla loro prima uscita serale, alcuni con le scarpe buone e la cravatta, altri con gli occhiali da sole e la maglia dello Zambia, splendidi, io con un citenghe, la stoffa che le donne legano in vita a mo' di gonna, comprato per l'occasione, a disegni blu su fondo giallo canarino.
Crepuscolo rosso fuoco che illuminava la chiesa - un edificio, questo, con tutti i crismi, completo di chiostro convento community school mission press -, ciascuno aveva una candela in mano, la prima è stata accesa con il cero pasquale e da quella tutte le altre, fino a quando le fiammelle non hanno riportato il giorno. Prima ora di letture, in inglese e in icibemba: dormivamo tutti. Poi i maestri del coro han battuto le mani, si sono accese le luci e le croci al neon, è esplosa la musica gospel, pronti che si balla, i bambini in piedi sulle panche, le bambuya con coreografie perfette, i ragazzi da scomunica, gli uomini fischiando con due dita in bocca - tre ore di puro delirio.
I cicetekelo's guys sono usciti per ultimi, rappando l'Ave Maria con stile impeccabile, e il ritorno a casa è stato come nelle migliori gite di classe. Abbiamo cenato a mezzanotte in mensa, inshima e fagioli, siamo andati a letto ballando e ci siamo ritrovati poche ore dopo nella stessa sala, che tutte le domeniche diventa la nostra chiesa, grazie alla presenza esile e potente di padre Tiziano. Abbiamo fatto a modo nostro: funzione essenziale, niente offertorio per ovvi motivi, predica a cura dei ragazzi, canti doppi e balli di gruppo, alla fine gelato vaniglia e cioccolato per tutti - forse non vi ho mai raccontato che abbiamo un laboratorio di pasticceria...
La sensazione dominante, come sempre, è stata quella di vivere qualcosa che da fuori sembra eccezionale, ma da dentro è così semplice, così GIUSTO, da lasciarmi spiazzata. E ci voleva che arrivasse Pasqua, la prima lontana da casa, per sentire un po' di nostalgia - era ora, direbbe qualcuno di mia conoscenza.
E quindi la terza: il mio biglietto aereo è aperto per un anno e non, come credevo, per sei mesi
questo non significa che mi rivedrete l'11 di gennaio, ma che forse la mia presenza in terra africana si protrarrà più a lungo del previsto - no mamma, il criterio non è "quando avrò finito di fare quel che sto facendo", altrimenti fate prima a raggiungermi voi, ma "quando sentirò che è tempo di tornare", e sarà quando avrò gli occhi pieni, quando sarò andata a zonzo con lo zaino in spalla (non da sola spero, ma con il mio compagno di viaggio preferito...), quando il bisogno di lasciar decantare sarà più forte di quello di aggiungere ancora qualcosa.
Sto saltando a piè pari compleanni matrimoni anniversari, ma me ne rendo conto solo se mi concentro sugli 11.000 km che mi separano da casa - altrimenti qui è come vivere in una bolla spazio-temporale. È difficile rendersi conto che i giorni scorrono e i mesi cambiano: i nostri ritmi sono lenti e ripetitivi, gli orari si accordano con il sole (non c'è nemmeno l'ora legale, non avrebbe alcun senso in un luogo dove l'elettricità è un lusso), è difficile stendere un menù lungo sette giorni perché non esiste una tale varietà di alimenti. Questo tipo di vita è quanto di più essenziale io abbia mai sperimentato (qualcuno di mia conoscenza direbbe minimal), e ho una sola parola per descriverla: liberatoria.
Poi certo, non è sempre facile dividere lo spazio domestico con persone che non ho scelto, vedere un senso in ciò che faccio quotidianamente, star sotto il sole cocente senza il lago a portata di tuffo, limitare la mia fantasia ai fornelli, ché a casa il curry non piace a nessuno e nel copperbelt il pesce è un animale raro. Però sull'altro piatto della bilancia ci sono i sorrisi e le mani delle persone che popolano le mie giornate, e se siete mai stati immersi in una disperazione così, o sostenete Emergency, o guardate i documentari, o fate uno sforzo di immaginazione, allora sapete che è una frase retorica maledettamente vera.
Bene. Torno a tradurre i report delle ABA - la prossima volta vi aggiornerò sull'argomento, e includerò le istruzioni per adottare un fantolino a distanza, chi mi ama mi segua.
Vi abbraccio strettissimamente.
Zambia_6_ante
   
 

A Pasqua ALIBI ha fatto tappa all'Hotel Alla Torre di Castelfranco

La rubrica A Letto con ALIBI fa tappa al Wettstein di Basilea
In questi casi l'aggettivo d'ordinanza è minimalista: così può essere definito l'arredamento della camera singola n. 19 che ha mi ha ospitato nell'Hotel Wettstein di Basilea. Si tratta di un Tre Stelle molto pulito, a pochi passi dall'omonima piazza, adiacente all'Hotel Terrazzo (Quattro Stelle) che fa parte dello stesso gruppo. La connessione internet Wi-Fi è gratuita, con un'ottima copertura anche nelle stanze.
Come d'abitudine nei paesi a nord delle Alpi, il lenzuolo sparisce dal letto: c'è solo il piumone (in questo caso, per mia fortuna, abbondante...).
Il bagno è pulitissimo, con i sanitari pressoché nuovi. Ottimo il getto della doccia!
Una particolarità: a ciascuna camera è abbinato un paio di chiavi. La prima serve per aprire e chiudere la stanza, e al momento di uscire dall'hotel va lasciata inserita nel pannello presente in reception (nella foto). L'ospite deve prendere invece e tenere con sé la seconda, senza la quale non è possibile ottenere la prima.
La colazione a buffet presenta una ricca offerta, di ottima qualità. Si tiene in una piccola sala al piano terra dell'adiacente Hotel Terrazzo. In entrambe le strutture a disposizione degli ospiti ci sono diversi quotidiani svizzeri e un iPad con l'edizione digitale dei principali giornali europei.
A sinistra l'ingresso dell'Hotel Wettstein, con accanto l'entrata dell'Hotel Palazzo.
Saul Stucchi
Castelfranco_ante
   

Quattro passi a San Maurizio Canavese con l'"Ulisse" di Joyce

A SAN MAURIZIO CANAVESE CON L’ULISSE DI JOYCE
(FOTO 1)
Ci sono posti dai quali non ci si aspetta francamente molto: i paesoni della cintura torinese o milanese, per esempio, che si immaginano nulla più che tristi propaggini della grande città. Ma, come osservava Plinio a proposito dell’utilità della lettura, “non c’è nessun libro tanto cattivo che non contenga qualcosa di buono” (“nullum esse librum tam malum, ut non in aliqua parte prodesset”, in lingua originale), e lo stesso vale per i luoghi: possono sempre svelare una loro discreta bellezza nascosta, inattesa, tale da giustificare la giornata che vi si trascorre.
Sabato 23 marzo ho accompagnato mia figlia a San Maurizio Canavese, per una gara di ginnastica artistica. Mentre attendevo il momento dell’esibizione, ho seguito la pista ciclabile che parte dietro la palestra, sottopassa la ferrovia e porta di fianco alla rossa stazioncina dall’architettura nordica (FOTO 2).
Dall’altra parte della piazza, all’angolo della via che conduce alla chiesa parrocchiale, un negozio di “Alimentari Carpatzi” mostra che qui, come un po’ ovunque ormai, la presenza rumena è cospicua (e la si percepisce anche dalle voci echeggianti nei vicoli del centro). All’altro angolo di via, una vetrina di “Articoli elettrici” (FOTO 3).
Proseguo fino alla via principale, via Vittorio Emanuele II, in parte porticata (FOTO 4) a proteggere negozi vari (erboristeria, pasticceria, cartolibreria; di fronte al Comune, il ristorante della Società di Mutuo Soccorso). Sul lato opposto, un ristorante e una fontanella in pietra a pilastro. (FOTO 5)
Nella piazza del Comune, il monumento ai caduti mostra una snella figura femminile in bronzo: seni nudi, posa da Statua della Libertà. Aiuole di sempreverdi e un paio di panchine. (FOTO 6)
Mi siedo su una di esse e apro il libro che mi sono portato in borsa: “Ulisse”, di James Joyce, nella nuova, eccellente traduzione di Gianni Celati. Ne percorro un po’ di pagine. Finalmente lo posso leggere con gusto, sia per l’efficacia delle parole italiane di Celati, sia perché ho ormai l’età – e soprattutto le esperienze di vita – per capire appieno gli umori e i passaggi mentali di Leopold Bloom.
Seguo il protagonista per le strade di Dublino, mentre compra il rognone nella macelleria dove incontra la “servetta dei suoi vicini” dalle “anche vigorose” (“E la gonnella attorcigliata come le va di qua e di là a ogni colpo!”), mentre ritorna a casa a preparare la colazione per la moglie, mentre fa colazione lui stesso leggendo, un po’ turbato e commosso, la lettera della figlia adolescente.
Cade qualche goccia leggera, e mi alzo. Di fianco, la via intitolata a Carlo Angela su cui si affaccia l’ospedale in cui il generoso medico ricoverò, durante la guerra, diversi ebrei, salvandoli dalla deportazione. Esploro, per dritto e per traverso, una serie di altre vie (Garibaldi, Ciriè, Roma…).
In via Bertone (ma non credo c’entri il prelato…) la chiesa parrocchiale di San Maurizio Martire, con un bel campanile barocco in mattoni a vista. A sinistra della facciata, un arco nella linea delle case a due piani dà accesso alla stretta Via dei fiori: anche qui case basse, a ringhiera, intonacate in colori caldi, variazioni dell’ocra. La viuzza conduce ad un’altra che asseconda la chiesa dal lato dell’abside, rasentando orti, muretti incimati da lunghi cocci di vetro, l’area di un vasto edificio in pietra e mattoni quasi interamente demolito per la ristrutturazione.
Proseguendo e svoltando, si attraversa una strada a circolazione più intensa; da qui, lungo un vialetto che, in questa stagione di maltempo protratto, protende verso l’alto i suoi rami spogli, si raggiunge l’antica chiesa plebana, per due lati inclusa nella perimetrazione del cimitero e col sagrato adorno di vecchi cannoncini militari (FOTO 7).
Di nuovo in centro a rastrellare le vie: il comando dei vigili urbani, pareti di case rastremate come quelle delle fortificazioni, la biblioteca civica, cortili inaccessibili e invisibili per portoni e alti muri ciechi, saloni di parrucchiera, agenzie di pompe funebri, altre case in ristrutturazione che mostrano, esse pure, l’anima in pietre incorniciate da righe di mattoni.
Un vicolo pedonale, con l’acciottolato coperto d’erba tranne che per una striscia centrale maggiormente calpestata, conduce ad un altro vicolo angusto, inaugurato da un muro con la scritta “Attenzione caduta tegole e neve” e continuato da un tratto più lungo, coperto da due alti e larghi spioventi incrociati che precludono la vista del cielo.
Si arriva sulla via dove si affaccia un basso edificio “societario” e da lì ad una via senza uscita che costeggia la ferrovia e svolta tra villette a un piano coi giardini ancora nudi e intristiti dall’inverno. Da uno di essi colgo alcune foglioline di lavanda, grigia e smorta.
Le gocce si fanno più insistenti, così me ne torno verso la palestra, dove poco dopo la serie di esercizi cui mia figlia partecipa ha inizio…
Marco Grassano
SanMaurizio_ante
 
   

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