Domenica, 19 Maggio 2013

Interviste

Intervista al prof. Tanzi, curatore della mostra sui Tarocchi Bembo

Buongiorno, professore. Eccole le domande:
1) Esiste un legame tra i Tarocchi dei Bembo e quelli letterari del Boiardo?
2) Una volta uscito dalla mostra, al visitatore che itinerario consiglia? Monticelli, Cremona...
Naturalmente Cremona, con un passaggio da Sant'Agostino, con la cappella Cavalcabò, e il Museo Civico, con diverse opere bembesche, tra le quali la Madonna con il Bambino in trono tra due angeli, eseguita per l'altare maggiore del Duomo, con il manto rifatto nel 1507 da Boccaccio Boccaccino. All'inizio del millennio, poi, c'è stata una straordinaria scoperta, non ancora valorizzata adeguatamente: gli affreschi nel coro della chiesa di Sant'Omobono. Sono un capolavoro assoluto di Bonifacio negli anni cinquanta del XV secolo. Poi Monticelli d'Ongina, con gli affreschi nella cappellina della rocca, eseguiti per Carlo Pallavicino dalla bottega bembesca, nella quale si riconoscono due personalità, Ambrogio Bembo e il Maestro di Monticelli, che credo sia da identificare in Gerolamo Bembo. Lo stesso pittore è probabilmente l’autore degli affreschi della Camera d’oro nel castello di Torchiara, alle pendici dell’Appennino parmense, uno dei luoghi più suggestivi e magici della cultura tardogotica in Valpadana: celebrano gli amori di Pier Maria Rossi per Bianca Pellegrini, effigiata nella volta in veste di pellegrina, appunto, nei vari castelli dei domini rossiani. Infine, a Milano, la cappella ducale del Castello Sforzesco è una delle ultime imprese, negli anni settanta, di Bonifacio Bembo, accompagnato da Stefano de Fedeli e Giacomino Vismara.
3) Quali sono le influenze fiamminghe sull'opera di Benedetto, in particolare nella Madonna dell'Umiltà?
Quella che continuo a chiamare per abitudine – ma sbaglio – Madonna dell’Umiltà, del Museo Lia di La Spezia, è in realtà una Madonna “del prato”. È il capolavoro di Benedetto Bembo, un’opera di qualità altissima, impregnata di influssi ferraresi e fiamminghi. Roberto Longhi l’aveva infatti riferita ad Angelo Maccagnino, un pittore pisano attivo a Ferrara alla corte di Leonello d’Este. Questi possedeva un trittico di Rogier van der Weiden descritto dagli umanisti presenti alla sua corte, come Ciriaco d’Ancona e Bartolomeo Facio, che ebbe una suggestione enorme sui pittori locali. Nella nitidezza ottica del dipinto, nella perspicuità con cui sono colti i particolari, nella definizione degli angeli, si colgono gli influssi fiamminghi principali della Madonna Lia e si può ipotizzare la presenza di Benedetto Bembo al cantiere ferrarese di Belfiore.
4) Mi hanno molto incuriosito le tavole con Storie della Genesi, soprattutto quelle dedicate a Giuseppe (sto leggendo da tempo la tetralogia di Thomas Mann...): dove si possono vedere le altre tavole non esposte? Si tratta di manufatti comuni per l'epoca?
Le tavolette da soffitto sono molto comuni tra XIV e XV secolo in gran parte della Valpadana, soprattutto Lombardia e Piemonte: quelle in mostra fanno parte di un ciclo proveniente da Cremona, suddiviso tra il museo della città, quello di Trento, il Museo Bardini a Firenze e varie altre collezioni. Altre tavolette da soffitto cremonesi, di diversa tipologia, raffiguranti soprattutto con teste di personaggi di fantasia, ma anche ritratti, sono in diversi musei alcuni soffitti sono ancora in situ, come, per esempio, quelli di Palazzo Fodri a Cremona.
5) Nel testo compreso nella cartella stampa (immagino pubblicato nel catalogo, che non ho ancora visto) lei neppure troppo velatamente propone una prossima mostra e fa la lista dei desiderata. Si tratta di un progetto a cui state già lavorando o è una sorta di "provocazione" per verificare il grado di attenzione dei potenziali finanziatori?
Diciamo che auspico una mostra sulla lunghissima stagione del gotico morente in Lombardia (secondo la felicissima definizione di Roberto Longhi), con le mie predilezioni e i vari desiderata, però non c’è niente di concreto in ballo. Non è nemmeno una provocazione: sarebbe bello poterci lavorare nelle condizioni migliori, prima o poi. Tutto qui.
Tanzi_ante
 

Intervista ad Andrea Bignasca sulla mostra di Petra a Basilea

1) Che accoglienza ha ricevuto e sta ricevendo la mostra? Avete riscontro da parte di visitatori italiani?
La mostra riscontra un grande successo di pubblico e di media. Fino ad oggi abbiamo avuto 55'000 visitatori – in gran parte da tutta la Svizzera, ma anche dalla vicina Germania. L’Italia è un po’ lontana, ma sono annunciati alcuni gruppi e ci sono sempre anche visitatori italofoni, sia dal Canton Ticino che dall’Italia.
2) Quali sono i pezzi esposti che lei preferisce e perché?
L’opera più intrigante è senza dubbio la stele con dedica personale trovata nel Tempio dei Leoni Alati a Petra e, di conseguenza, rappresentante probabilmente la divinità nabatea Al-Uzza, dai Greci assimilata ad Afrodite. L’interesse del pezzo è dato dal suo stile astratto che oggi sembra addirittura molto moderno: la divinità è inserita in una nicchia architettonica che rappresenta il tempio ed è ridotta all’essenziale. Ciglia, occhi, naso e bocca e, infine, quella che potrebbe essere una corona sulla fronte. E’ il pezzo che più rappresenta il sentire artistico originale arabo-nabateo, al contrario delle altre sculture monumentali in stile greco-romano. A Petra, la capitale internazionale, si preferì impressionare i visitatori greo-romani di allora con lo stesso stile usato a Roma e Atene. Fuori Petra il regno nabateo è più originale arabo e spesso rinuncia a iconografie figurate – a parte qualche rara eccezione, rappresentata appunto dalla stele in questione.
3) Cosa rimane oggi a Basilea della "eredità" (culturale) di Burckhardt?
Rimangono la coscienza e l’orgoglio della scoperta da parte di un patrizio basilese, rimane la sua casa natale dove ha passato la sua giovinezza (l’Haus zum Kirschgarten) e rimangono fortissimi legami scientifici tra l’Università di Basilea e il Dipartimento delle Antichità della Giordania. L’Università di Basilea iniziò nel 1988 a scavare a Petra in un quartiere di abitazioni facendo scoperte sensazionali. Alcuni collaboratori della originaria squadra di scavo sono tuttora sul terreno a Petra, per conto dell’Università di Berlino, e fanno scoperte3 altrettanto importanti intorno alle facciate tombali nabatee e sull’Umm el-Biyara, la montagna che domina il centro città.
4) Cosa ci può anticipare della prossima mostra, sull'essere "uomini" nell'antichità?
La prossima mostra vuole tematizzare ruoli e funzioni del maschio nell’antichità greca. La discussione è molto attuale: dopo la raggiunta emancipazione femminile ci si chiede oggi a che punto siano i maschi, come mai siano rimasti indietro, intricati in modi di comportarsi e di comprendersi ormai obsoleti. Noi vogliamo mostrare come questi modelli siano radicati nell’antichità, come e perché siano sorti allora in questo modo, come si giustificavano e come oggi – in fondo – si dovrebbe abbandonarli. Il Museo di Basilea entra in una nuova fase: non mostriamo soltanto l’antichità, ma prendiamo posizione nel dibattito attuale e suggeriamo soluzioni alternative.
La mostra è presentata in due sedi: all’Antikenmuseum si farà luce su tutto il complesso di temi, alla Skulpturhalle presentiamo il tema dello sport, allora dominio maschile per eccellenza. Vernice il 5 settembre 2013, durata fino in febbraio 2014.
PS: Penserete alla traduzione in inglese delle didascalie, nella prossima mostra? :-)
Faremo certamente uno sforzo…
Bignasca_ante
   

Intervista all'attore Mario Perrotta, Ulisse-Telemaco allo specchio

INTERVISTA A PERROTTA
Perché l'Odissea?
Perché in questi anni, quello che vedo intorno a me, tra le persone che conosco e quelle che incontro per la strada (chi scrive per il teatro ha il compito di guardarsi intorno), fondamentalmente è dei genitori bambini. Quarantenni e cinquantenni non cresciuti che vogliono fare ancora gli adolescenti. Con le mutande fuori dai pantaloni e la cresta in testa, come i figli. E quindi questi figli che hanno bisogno di un padre e di una madre da contestare
“mio padre è più scemo di me” perché ancora va in giro con le mutande fuori con la scritta D&G. E allora mi dico che forse questa generazione, sia di adolescenti che di genitori, non riesce a svolgere il suo ruolo. È un problema sociale serio, perché si sta rompendo un meccanismo su cui è retto per secoli il rapporto genitori-figli. Il Sessantotto ha sdoganato sia i figli che i genitori e ora abbiamo una generazione di Peter Pan che non fa più il suo ruolo. Questi ragazzi crescono facendo un po' quello che vogliono.
Bisognava parlarne. Questo è il motivo sociale. Il motivo personale, intimo, profondo (che poi sono le ragioni più importante quando uno scrive) è che mentre avevo avuto l'idea di lavorare su questo tema ho perso mio padre, d'un botto. E questa assenza è entrata a gamba tesa nella mia vita e quindi anche nella mia professione e nella mia scrittura. Avevo bisogno di parlare con mio padre e non ne ho avuto il modo e il tempo. Non lo faccio attraverso questo spettacolo: io non odiavo mio padre, come invece lo odia Telemaco (nella sua Odissea, ndr); però sarei potuto essere così perché da figlio di separati, sarei potuto essere così; i miei cugini, figli di separati, sono stati così coi loro genitori, li hanno odiati. Penso che un uomo di teatro debba lavorare sempre sul “sarei potuto essere”, sulle sue potenzialità.
Però il Telemaco di Omero, nei primi libri dell'Odissea, fa un po' la figura del bamboccio...
Il problema è che è un eroe epico senza azione. L'eroe epico senza azione diventa un “minchia”. Anche Achille senza azione in guerra, anche Ettore, sono dei “minchia”. Invece Ulisse ci piace perché è il primo uomo vero, uomo con tutte le sue mancanze. È un mentitore, un ingannatore. È l'uomo contemporaneo perfetto. Vince le guerre con l'inganno. Spesso sono gli altri che gli dicono cosa fare al momento opportuno.
Perché Aristofane e I Cavalieri? (spettacolo a cui non ho ancora avuto il piacere di assistere...)
Purtroppo è uno spettacolo complesso, con un certo costo perché ci sono attori e musicisti, e quindi lo comprano sempre meno nonostante abbia vinto l'Ubu (nel 2011, ndr), perché i teatri non hanno soldi. La prossima data mi sa che è a Foggia...vagamente lontano! Perché Aristofane? Aristofane, della trilogia che ha vinto l'Ubu, è l'autore più contemporaneo. Più di Molière e più di Flaubert. È imbarazzante quanto è contemporaneo. Racconta duemila e quattrocento anni fa un'Atene che è identica all'Italia di oggi. Nei Cavalieri, in particolare, c'è la contesa per la presidenza del consiglio. E alla fine vince chi offre a Popolo (Aristofane ha l'intuizione geniale di metterlo in scena con le fattezze di un attore)...che cosa?
La restituzione dell'IMU?
Di più, ancora più azzeccato: una “gnocca” mezza nuda. Quando entra una bella ragazza discinta e Popolo la guarda e dice “che bella, sì, tu che mi hai offerto questa... io voterò te!”. Cosa c'è di più attinente all'oggi? È imbarazzante. Significa che certi meccanismi delle democrazie, quando sono malate, o forse certi meccanismi delle democrazie punto, sono sempre gli stessi. A un certo punto della commedia si arriva al turpiloquio: “io arriverò in parlamento e con una scoreggia spazzo via tutto!”. Cosa c'è di più simile al nostro parlamento becero e urlante, con le mortadelle esibite e lo champagne (intanto Mario Arcari accompagna queste parole con il suo strumento a fiato). Aristofane racconta talmente bene questo stato di cose che mi è bastato sostituire i nomi greci con riferimenti all'oggi. Sembra che io abbia scritto tutto ieri e invece l'ha scritto lui duemila e quattrocento anni fa.
Perché Ligabue?
Ligabue era lo scemo del paese, quello da scansare, quello che puzzava. Poi a un certo punto si accorgono che è un genio, quando esplode, e tutti lo cercano. E la domanda è: chi è il cretino vero? Lui o voi che per trent'anni l'avete trattato come lo scemo del paese? Quindi ragionare sui confini. Il confine è sempre stato qualcosa che è appartenuto al mio lavoro: nello spettacolo sull'emigrazione italiana; nell'Odissea; il confine come senso della misura; a volte invece il confine va rotto; il confine c'è in Aristofane, in Molière, proprio nella struttura scenica: c'è sempre un quadrato, un ring dentro il quale avviene l'agone della vita. Il confine ancora una volta ritorna: chi è il pazzo? Chi è dentro e chi è fuori? Essere pazzo ti colloca fuori, ma se poi dipingi così e hai questa visione straordinaria della vita, forse sono gli altri che sono dentro uno steccato da cui non riesco a uscire. Mi interessa sempre questo concetto di confine, questa zona in cui puoi ribaltare le prospettive.
Anche in questo caso, però, ci sono motivazioni personali, molto profonde, che fanno incrociare certe cose e dire: devo occuparmi di questo. Uno che scrive il suo teatro ha sempre delle urgenze molto profonde che vanno a incocciare in quel momento della sua vita nella cosa giusta. Se avessi incontrato Ligabue dieci anni fa, non mi avrebbe interessato perché mi interessava Cincali e l'emigrazione italiana. Perché ero ancora a Bologna e nonostante fossi già laureato, mi sentivo respinto (Perrotta è nato a Lecce, ndr). E poi perché sono quarantenne: tutti i quarantenni sono rimasti fulminati dallo sceneggiato con Flavio Bucci (trasmesso da Rai 1 nel 1977).
Mancano ormai pochi minuti allo spettacolo. Lo lascio al suo trucco e salutandolo gli chiedo quale sia la formula corretta per augurargli buona fortuna. “Tanta merda” risponde all'unisono con l'altro Mario. E mi spiegano l'origine di questa espressione. Quando non c'erano le automobili, gli spettatori arrivavano a teatro in carrozza. Tanto sterco davanti al teatro significava tanti spettatori e pane assicurato per gli attori. Certo, Foggia è lontana. Ma mica devo andarci in carrozza...
Intervista_Perrotta_ante
 
   
 
   
 
   

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