Domenica, 26 Maggio 2013

Caffè con Jan Parmentier, curatore del Museo MAS di Anversa

PARMENTIER
Gli chiedo quali siano i suoi pezzi preferiti tra quelli esposti in mostra e me li mostra. Catalogo 112 e 151.
Storico dell'economia.
Sua opinione su Napoleone.
Io: Napoleone e Shakespeare. Usciti dalla mostra, davanti al telegrafo, di cui mi spiega il funzionamento.
Caffè Illy. Mi racconta del suo viaggio in bici da Venezia a Porec.
Io gli racconto di Cabo Trafalgar e di Aboukir.
Mostra Nelson e Napo al Maritime Museum di Greenwich.
Nel suo ufficio una brochure della mostra su Napoleone in Egitto all'Institut du Monde Arabe di Parigi.
Il 95% dei pezzi richiesti sono stati concessi e sono arrivati in prestito per la mostra che però non viaggerà all'estero perché strettamente legata ad Anversa.
Ci tiene a sottolineare la precisione del titolo: la mostra infatti non è su Napoleone.
Napoleone e Berlusconi, ma io gli faccio notare che Napoleone ha inventato il Louvre, ha lasciato ai Francesi il Codice.
Molte caricature satiriche: tornerò a scriverne.
Si sofferma sul doppio orologio.
Gli ho regalato la mia piccola guida ai Luoghi di Napoleone (realizzata in collaborazione con Federica De Luca) e lui ha ricambiato con il catalogo della mostra, in versione francese.
Parmentier_ante
 

Caffè a Crema con Antonio Grassi, microbiologo della provincia

Caffè con Antonio Grassi, microbiologo della provincia
Cielo padano plumbeo
arriva con il cappello
saluta per la strada. Programma degli incontri culturali
Racconta il suo passato di informatore del farmaco.
Due tipi di scrittore: di tana e di prateria. Ammaniti
Mi considero uno scrittore e un giornalista di prateria. Va a cercare, scava.
È laureato in scienze biologiche. Il biologo indaga dal macro elemento alla molecola. Il giornalista deve cercare e approfondire.
Avendo una forma mentis da biologo, l'ho applicata al giornalismo.
Racconta i suoi precedenti libri. Si è laureato a Pavia quando è stato creato l'Istituto di Ecologia. Ha fatto una tesi sull'habitat del cavedano. A monte, sopra la palata. Interesse ambientale fin d'allora.
CITARE da Vernice fresca il rumore del bar (torrefazione?)
Non concorda con quanti definiscono il suo ultimo romanzo un libro ambientale. Preferisce definirlo post-formazione
La paura dei virus è un problema borghese, gli ha detto il figlio filosofo.
Il '68 in provincia non è esistito. È stato un fenomeno importato e scopiazzato. I figli di papà erano democratici solo a tavola, ma rimanevano i soliti privilegiati.
Si rivolge a un pubblico nazionale, ma a Crema
Lo spiega nel suo primo libro, Macramè, Crema... I meccanismi sono tutti uguali.
Riflessi dell'11 settembre sulla finanza in provincia
Il cuore batte ancora, esame degli adolescenti in provincia.
"Gialli sociali" li definisce.
MINA: parole, parole, parole...
Problema della neutralità della scienza.
Se a Cremona hanno clonato il toro Galileo, allora possono clonare l'uomo. Dal punto di vista tecnico non è un problema. Sono convinto che l'hanno già fatto.
Problema del libero arbitrio. Olga: pillola che cancella i brutti cattivi. Confronta articolo su Repubblica.
Mia domanda sulla liquidazione di Olga. Tutti i fucili devono sparare.
Grassi_ante
   

Un caffè da tre C con Hans Tuzzi, viaggiatore tra le pagine

Un caffè con Hans Tuzzi, viaggiatore tra le pagine
In un pomeriggio uggioso di inizio aprile Hans Tuzzi mi ospita a casa sua per una chiacchierata sul suo ultimo libro Morte di un magnate americano (edito da Skira). “Ultimo fino all'11 aprile, quando uscirà il nuovo Melis”, mi corregge pochi istanti dopo avermi accolto sulla porta, mentre una levriera mansueta mi annusa le gambe e mi accompagna in soggiorno. Faccio in tempo a riconoscere alcuni titoli nelle librerie: Africa di John Reader, Pax Britannica di James Morris (poi Jan) e sul tavolino il catalogo della mostra al British Museum (2012) Shakespeare Staging the World.
Mi accomodo sul divano, mentre lo scrittore prende posto su una sedia per mantenere dritta la schiena che gli dà qualche problema. Estraggo dalla borsa la copia dell'edizione economica del romanzo Ipazia di Adriano Petta e Antonino Colavito, ricevuta quella stessa mattina dall'editore La Lepre e gli leggo questo passo: “Mi farei tagliare una mano piuttosto che rischiare di perdere uno solo dei ventotto volumi di Zosimo di Panopoli sull’alchimia!”. Tuzzi sorride all'iperbole e spiega che in genere tutti gli uomini di religione sono uomini di un solo libro, non solo il Califfo Omar che avrebbe ordinato la distruzione della Biblioteca di Alessandria perché inutile se conteneva “doppioni” del Corano o dannosa se custodiva libri in contrasto con esso. Anche il cristianesimo non fu da meno, quando prescriveva “non oltre un solo libro!” (la Bibbia, ovviamente). San Tommaso in verità diceva di non fidarsi di chi legge un solo libro e fu una fronda interna al cristianesimo a permettere la sopravvivenza degli antichi manoscritti, anche se si tratta di una minima parte della produzione letteraria grecolatina, come l'autore fa dire al segretario di Morgan all'inizio del libro (“le nostre radici. Il prologo del nostro presente”, scrive a pagina 19 in omaggio a Shakespeare).
Il sorgere dell'età cristiana segna anche il contrapporsi di due forme di scrittura: volume contro codice. Ha prevalso la forma libro, anche grazie al fatto che i testi cristiani erano in principio molto esili, e per circa millecinquecento anni ha dominato quasi incontrastata perché è nata praticamente perfetta (come avviene raramente, e cita i casi del cucchiaio e degli occhiali).
Quando arriva il caffè mi racconta che al mattino morirebbe senza una tazzina della nera bevanda, ma non ama l'espresso a cui preferisce di gran lunga il caffè turco. Mentre sorseggio il caffè (e penso che il suo domestico egiziano l'ha fatto “alla napoletana”, ovvero nel rispetto delle tradizionali Tre C: caldo, carico e comodo), Tuzzi affronta il tema del passaggio dal cartaceo al digitale. Si è pensato che il “rotolo” (ovvero la lettura a scorrimento sullo schermo del computer) avrebbe in fretta soppiantato il libro e invece l'ebook sta sancendo il ritorno al libro. “La nostra civiltà si è abituata al gesto progressivo di sfogliare e non dello srotolare. Ed è indicativo: per una volta un mezzo davvero rivoluzionario si piega a un oggetto che sembrava superato”. Da parte mia gli confesso la recente adesione, sempre più convinta, alla lettura su un supporto digitale, mentre lui dice di appartenere a una generazione che mantiene un atteggiamento ambiguo e ambivalente verso le macchine, di cui subisce il fascino ma di cui anche prova timore. Senza dubbio, concede, i nuovi strumenti risolvono il problema di accedere ai manoscritti che da sempre affligge gli studiosi, anche se non possono sostituire il documento.
La passione per i libri l'avevo messa in conto, ma quella per la storia mi sorprende, soprattutto per la sua intensità. Morte di un magnate americano è in effetti un romanzo storico, ma
La guerra civile americana costituì un enorme momento di progresso tecnologico. Ci fu una battaglia navale tra solo due navi (1863): una corazzata confederata e un nuovo modello di nave corazzata, unionista, armata con un cannone rotante.
Quel giorno l'impero britannico che in tutta la sua flotta soltanto due navi sarebbero state in grado di sostenere il combattimento con quel “mostro” che sconfisse la flotta unionista (a casa sono andato a leggermi le pagine che Raimondo Luraghi dedica all'epico scontro nella sua monumentale Storia della guerra civile americana)
La finanza e la politica furono più lente a recepire quel cambiamento d'epoca. Gli Stati Uniti avevano già una politica imperiale anche se non se ne accorgevano. Ed erano ancora privi di una banca centrale.
Delle quarantanove copie complete o quasi della Bibbia di Gutenberg solo una si trova al di fuori di Stati Uniti ed Europa: in Giappone. Il primo esemplare che lasciò il Vecchio Continente per gli Stati Uniti partì nel 1847, cioè quando l'economia americana inizia a farsi da esclusivamente agricola a proto-industriale.
Colpito dalle pagine che dedica al viaggio di Morgan in Egitto, gli chiedo se abbia un particolare legame con la terra dei Faraoni. “Chi di noi non ha un legame particolare con l'Egitto?” risponde prima di sorprendermi con la confessione di non essere mai stato in Grecia né di volerci andare perché si ritiene “culturalmente inadeguato e perché alla mia età ci si risparmiano le delusioni”. Molti anni fa decise che non avrebbe più lasciato l'Europa e possibilmente casa sua. Con un compagno di viaggio si trovava sul tratto iniziale, tibetano, del Bramaputra su una zattera circolare di pelli di yak, insieme a una guida cinese e due pastorelli locali. I ragazzini appena compresero che erano italiani, gli chiesero di cantare Notti magiche (l'inno dei Mondiali di calcio di Italia 1990). Il mio Egitto, la mia Grecia, la mia Africa... con un gesto indica le pareti del soggiorno, occupate da librerie, quadri e opere.
Noctes Atticae e Notti magiche
Tutto il libro è giocato sull'idea del viaggio come navigazione, a cominciare dall'incipit che è un omaggio a Moby Dick. Risalire il Nilo, lo diceva in una sua lettera molto bella il mitologo Furio Jesi, è risalire alla fonte di ogni nostra età primeva, è risalire alla madre. In questo senso non è privo di significato che Morgan fosse affascinato dall'Egitto e ci venisse spesso. Fine dell'Ottocento affascinante perché un insieme di antico e nuovo, con le navi già a vapore ma ancora a vela. La modernità aveva bisogno di un massacro (la prima guerra mondiale) per affermarsi.
Come ci si sente a essere un personaggio di romanzi e definiti “Affabulatore con i fiocchi” in Vernice fresca? Oh, è un gioco! Antonio Grassi ha troppa stima di me. Mi fa piacere, come mi fa piacere che uscirà un libro di Massimo Gatta, valido storico dell'editoria di Otto-Novecento che ha scelto di farlo prefare da un personaggio di un mio libro.
E il nuovo Melis? “È ambientato nel 1986 nella valle dei pittori in Val d'Ossola. Si intitola Un enigma dal passato.
Torniamo alla domanda iniziale: c'è un libro per avere il quale si taglierebbe una mano? Aveva iniziato con gli incisori italiani del Seicento (“che oggi non vorrei in casa neanche a pagamento”), poi il suo interesse si è spostato su altri settori. Ci tiene invece a dirmi i libri che gli hanno cambiato la vita, premettendo di essere un lettore prevalentemente di saggi che della narrativa ama i grandi classici: Guerra e pace, Le radici storiche dei racconti di fate di Vladimir Propp, À la recherche du temps perdu, e la Religione romana arcaica di Dumézil. “Questi quattro libri mi hanno fatto cambiare il mio sguardo sul mondo. Non solo mi hanno aperto finestre, ma è proprio la qualità dello sguardo che è cambiata”. “Detto questo, – aggiunge – io ho la Recherche in prima edizione, ma la leggo sui tascabili”.
Ci tiene anche ad aggiungere un'ultima osservazione sull'età di trapasso tra Otto e Novecento: “l'età vittoriana non è un periodo storico. È una plaga della psicopatologia umana”. Morgan era l'uomo più ricco e potente del mondo, ma soffriva di forti depressioni e non volle mai operarsi al naso perché era convinto che l'operazione avrebbe liberato nel corpo i vapori maligni concentratisi nel naso. “Tutti i vittoriani hanno avuto il loro entomologo nel dottor Freud e mentre scrivevo questo libro su Morgan, pensavo costantemente a un altro vittoriano, forse non eminente ma famigerato: Jack lo Squartatore. Il quale in una lettera spedita a Scotland Yard scrisse: “Tra cento anni io verrò additato come colui che ha anticipato il ventesimo secolo”. E sceglie questa frase come citazione in esergo per il suo Morgan.
Quando gli chiedo il permesso di scattare un paio di foto sceglie l'inquadratura che preferisce, assicurandosi che il Principe del Tanganika si intraveda alle sue spalle.
Spadone
Avviso delle notifiche: lei è una persona molto ricercata!
Guidando verso casa De Andrè canta Dolcenera. Maltempo: cinque mesi di novembre. A prescindere dal supporto, cartaceo o digitale, è sicuramente arrivata l'ora di voltare pagina.
Tuzzi_ante
 

Doppio almuerzo con Edmondo Romano, “pifferaio” genovese

Doppio almuerzo con Edmondo Romano, “pifferaio” genovese
Quello che sto per raccontarvi è un “almuerzo” molto particolare, per diversi aspetti. Per prima cosa perché ho conosciuto il musicista Edmondo Romano dopo che lui mi ha contattato attraverso il più celebre dei social network, facendomi i complimenti per ALIBI (e devo confessare che quest'approccio mi ha fatto molto piacere). In secondo luogo perché l'ho incontrato due volte (almeno per ora, spero), tra il dicembre e il gennaio scorsi, sempre nella sua Genova. Sono state entrambe occasioni per una chiacchierata informale e molto piacevole, in cui la musica è stata la protagonista, ma non l'unico argomento di conversazione.
Anzi, durante il primo incontro abbiamo parlato soprattutto di lavoro culturale. Ci siamo dati appuntamento nella centralissima Piazza Ferrari e dopo i saluti di rito Edmondo mi ha accompagnato al vicino Bar degli Specchi, costeggiando Palazzo Ducale, per un aperitivo. Io ho ordinato un bicchiere di vino rosso, mentre lui ha optato per un bianco, chiedendo informazioni al cameriere su un tipo di vino che non aveva mai sentito nominare prima.
Ha chiesto anche che a lui portassero stuzzichini senza carne, spiegandomi che da qualche anno segue un regime alimentare vegetariano. A mo' di auto-presentazione mi ha raccontato che abita a pochi passi di distanza dal bar, in una casa piuttosto spaziosa in cui ha potuto realizzare il suo studio di incisione. Mentre me lo diceva, ripensavo a un'intervista radiofonica ascoltata qualche settimana prima, durante la quale i due conduttori gli avevano fatto i complimenti per la pulizia del suono nella registrazione del suo ultimo lavoro: Sonno Eliso. Lo compongono dodici brani originali  e un tredicesimo che Edmondo ha ripreso dalla tradizione turca, più un video di cui lui stesso ha curato la regia.
Ma osservando il CD l'attenzione cade per prima cosa sulla cura con cui è stato realizzato: dà la (piacevole) sensazione di un prodotto pensato e realizzato con amore e passione. La lunga lista dei musicisti che vi partecipano dice poi il credito di cui gode l'autore e insieme il suo concetto di musica “corale”, a cui tiene molto. L'elenco dei brani è diviso in due, a segnare graficamente la separazione tra la prima parte, dominata dall'elemento femminile, e la seconda, in cui predomina quello maschile. Nella nota il grande Paolo Fresu dice di essere rimasto colpito dal suono di Edmondo, prova della maturità di un artista che concepisce la musica senza limiti geografici. E la sua apertura culturale, Edmondo la fa risalire all'ambiente familiare. Tra una tartina e l'altra mi ha raccontato infatti che quando era piccolo, giravano a casa sua Anna Mazzamauro e Paolo Villaggio, tra i tanti.
La chiacchierata sulle soddisfazioni e le frustrazioni del lavoro culturale (almeno in Italia) ci ha trovato d'accordo sulla necessità di mantenere alto il livello della proposta, per quanto ci compete. L'ascoltatore (o il lettore, nel caso di chi scrive) non deve essere blandito, quanto piuttosto incuriosito. Non va tenuto lontano con pose da intellettuali snob, ma nemmeno rincorso in una discesa libera che avrebbe come risultato una duplice sconfitta. Quanto aveva ragione il poeta Lucrezio! Almeno su due punti: la ricerca di un rapporto “agonistico” con l'interlocutore e la liceità di un eventuale ricorso al “miele” per rendere più appetibile una proposta che a prima vista rischierebbe di passare per indigesta. La cultura è anche fatica ma i piaceri più intensi e durevoli sono spesso quelli che si raggiungono attraverso la mediazione intellettuale.
Il nostro secondo incontro è invece avvenuto a metà gennaio. Edmondo mi è apparso bardato come un siberiano nella piazzetta di San Lorenzo, mentre io vestivo troppo leggero: fidandomi di lontanissime (ed evidentemente errate) reminiscenze scolastiche mi ero illuso che la mediterraneità di Genova temperasse il clima ben oltre la rigida temperatura che invece ci imponeva quel giorno. Passeggiando in direzione del porto antico mi ha raccontato della sua passione per la musica italiana degli anni Trenta che si sposa senza alcun problema con l'amore per quella indiana e per le sonorità orientali. L'osservanza del regime alimentare vegetariano non deve essere strettissima, visto che il musicista l'ha infranta senza remore per un panino imbottito con un misto di carne molto piccante che abbiamo mangiato in piedi in uno storico locale sotto i portici, a pochi passi dal mare. In quei giorni stava lavorando allo spettacolo sul Trio Lescano e mentre bevevamo il caffè, mi regalava alcuni aneddoti sulla loro carriera. Io ho contraccambiato dandogli il mio parere sul Macbeth con Giuseppe Battiston (vedi recensione) a cui avevo assistito la sera precedente al Teatro Stabile.
Passeggiando per le stradine del centro storico parliamo di caffè, mentre mi conduce a una celebre  pasticceria perché la prossima volta che verrò a Genova possa provare l'espresso e i dolcetti. Per strada uno lo saluta “ciao, pifferaio!” e lui risponde con “ciao, cuoco!”.
Mentre scrivo queste righe sto ascoltando Sonno Eliso (posso dire che i miei brani preferiti sono “Corpo” e “Nadi”?).
PS: venerdì 3 maggio Edmondo presenterà Sonno Eliso alla manifestazione musicale Dischi Volanti 2013 di Loano, alle ore 21.00 presso la Biblioteca Civica, con ingresso libero.
Edmondo_ante
   

Intervista al prof. Tanzi, curatore della mostra sui Tarocchi Bembo

Buongiorno, professore. Eccole le domande:
1) Esiste un legame tra i Tarocchi dei Bembo e quelli letterari del Boiardo?
2) Una volta uscito dalla mostra, al visitatore che itinerario consiglia? Monticelli, Cremona...
Naturalmente Cremona, con un passaggio da Sant'Agostino, con la cappella Cavalcabò, e il Museo Civico, con diverse opere bembesche, tra le quali la Madonna con il Bambino in trono tra due angeli, eseguita per l'altare maggiore del Duomo, con il manto rifatto nel 1507 da Boccaccio Boccaccino. All'inizio del millennio, poi, c'è stata una straordinaria scoperta, non ancora valorizzata adeguatamente: gli affreschi nel coro della chiesa di Sant'Omobono. Sono un capolavoro assoluto di Bonifacio negli anni cinquanta del XV secolo. Poi Monticelli d'Ongina, con gli affreschi nella cappellina della rocca, eseguiti per Carlo Pallavicino dalla bottega bembesca, nella quale si riconoscono due personalità, Ambrogio Bembo e il Maestro di Monticelli, che credo sia da identificare in Gerolamo Bembo. Lo stesso pittore è probabilmente l’autore degli affreschi della Camera d’oro nel castello di Torchiara, alle pendici dell’Appennino parmense, uno dei luoghi più suggestivi e magici della cultura tardogotica in Valpadana: celebrano gli amori di Pier Maria Rossi per Bianca Pellegrini, effigiata nella volta in veste di pellegrina, appunto, nei vari castelli dei domini rossiani. Infine, a Milano, la cappella ducale del Castello Sforzesco è una delle ultime imprese, negli anni settanta, di Bonifacio Bembo, accompagnato da Stefano de Fedeli e Giacomino Vismara.
3) Quali sono le influenze fiamminghe sull'opera di Benedetto, in particolare nella Madonna dell'Umiltà?
Quella che continuo a chiamare per abitudine – ma sbaglio – Madonna dell’Umiltà, del Museo Lia di La Spezia, è in realtà una Madonna “del prato”. È il capolavoro di Benedetto Bembo, un’opera di qualità altissima, impregnata di influssi ferraresi e fiamminghi. Roberto Longhi l’aveva infatti riferita ad Angelo Maccagnino, un pittore pisano attivo a Ferrara alla corte di Leonello d’Este. Questi possedeva un trittico di Rogier van der Weiden descritto dagli umanisti presenti alla sua corte, come Ciriaco d’Ancona e Bartolomeo Facio, che ebbe una suggestione enorme sui pittori locali. Nella nitidezza ottica del dipinto, nella perspicuità con cui sono colti i particolari, nella definizione degli angeli, si colgono gli influssi fiamminghi principali della Madonna Lia e si può ipotizzare la presenza di Benedetto Bembo al cantiere ferrarese di Belfiore.
4) Mi hanno molto incuriosito le tavole con Storie della Genesi, soprattutto quelle dedicate a Giuseppe (sto leggendo da tempo la tetralogia di Thomas Mann...): dove si possono vedere le altre tavole non esposte? Si tratta di manufatti comuni per l'epoca?
Le tavolette da soffitto sono molto comuni tra XIV e XV secolo in gran parte della Valpadana, soprattutto Lombardia e Piemonte: quelle in mostra fanno parte di un ciclo proveniente da Cremona, suddiviso tra il museo della città, quello di Trento, il Museo Bardini a Firenze e varie altre collezioni. Altre tavolette da soffitto cremonesi, di diversa tipologia, raffiguranti soprattutto con teste di personaggi di fantasia, ma anche ritratti, sono in diversi musei alcuni soffitti sono ancora in situ, come, per esempio, quelli di Palazzo Fodri a Cremona.
5) Nel testo compreso nella cartella stampa (immagino pubblicato nel catalogo, che non ho ancora visto) lei neppure troppo velatamente propone una prossima mostra e fa la lista dei desiderata. Si tratta di un progetto a cui state già lavorando o è una sorta di "provocazione" per verificare il grado di attenzione dei potenziali finanziatori?
Diciamo che auspico una mostra sulla lunghissima stagione del gotico morente in Lombardia (secondo la felicissima definizione di Roberto Longhi), con le mie predilezioni e i vari desiderata, però non c’è niente di concreto in ballo. Non è nemmeno una provocazione: sarebbe bello poterci lavorare nelle condizioni migliori, prima o poi. Tutto qui.
Tanzi_ante
 

Intervista ad Andrea Bignasca sulla mostra di Petra a Basilea

1) Che accoglienza ha ricevuto e sta ricevendo la mostra? Avete riscontro da parte di visitatori italiani?
La mostra riscontra un grande successo di pubblico e di media. Fino ad oggi abbiamo avuto 55'000 visitatori – in gran parte da tutta la Svizzera, ma anche dalla vicina Germania. L’Italia è un po’ lontana, ma sono annunciati alcuni gruppi e ci sono sempre anche visitatori italofoni, sia dal Canton Ticino che dall’Italia.
2) Quali sono i pezzi esposti che lei preferisce e perché?
L’opera più intrigante è senza dubbio la stele con dedica personale trovata nel Tempio dei Leoni Alati a Petra e, di conseguenza, rappresentante probabilmente la divinità nabatea Al-Uzza, dai Greci assimilata ad Afrodite. L’interesse del pezzo è dato dal suo stile astratto che oggi sembra addirittura molto moderno: la divinità è inserita in una nicchia architettonica che rappresenta il tempio ed è ridotta all’essenziale. Ciglia, occhi, naso e bocca e, infine, quella che potrebbe essere una corona sulla fronte. E’ il pezzo che più rappresenta il sentire artistico originale arabo-nabateo, al contrario delle altre sculture monumentali in stile greco-romano. A Petra, la capitale internazionale, si preferì impressionare i visitatori greo-romani di allora con lo stesso stile usato a Roma e Atene. Fuori Petra il regno nabateo è più originale arabo e spesso rinuncia a iconografie figurate – a parte qualche rara eccezione, rappresentata appunto dalla stele in questione.
3) Cosa rimane oggi a Basilea della "eredità" (culturale) di Burckhardt?
Rimangono la coscienza e l’orgoglio della scoperta da parte di un patrizio basilese, rimane la sua casa natale dove ha passato la sua giovinezza (l’Haus zum Kirschgarten) e rimangono fortissimi legami scientifici tra l’Università di Basilea e il Dipartimento delle Antichità della Giordania. L’Università di Basilea iniziò nel 1988 a scavare a Petra in un quartiere di abitazioni facendo scoperte sensazionali. Alcuni collaboratori della originaria squadra di scavo sono tuttora sul terreno a Petra, per conto dell’Università di Berlino, e fanno scoperte3 altrettanto importanti intorno alle facciate tombali nabatee e sull’Umm el-Biyara, la montagna che domina il centro città.
4) Cosa ci può anticipare della prossima mostra, sull'essere "uomini" nell'antichità?
La prossima mostra vuole tematizzare ruoli e funzioni del maschio nell’antichità greca. La discussione è molto attuale: dopo la raggiunta emancipazione femminile ci si chiede oggi a che punto siano i maschi, come mai siano rimasti indietro, intricati in modi di comportarsi e di comprendersi ormai obsoleti. Noi vogliamo mostrare come questi modelli siano radicati nell’antichità, come e perché siano sorti allora in questo modo, come si giustificavano e come oggi – in fondo – si dovrebbe abbandonarli. Il Museo di Basilea entra in una nuova fase: non mostriamo soltanto l’antichità, ma prendiamo posizione nel dibattito attuale e suggeriamo soluzioni alternative.
La mostra è presentata in due sedi: all’Antikenmuseum si farà luce su tutto il complesso di temi, alla Skulpturhalle presentiamo il tema dello sport, allora dominio maschile per eccellenza. Vernice il 5 settembre 2013, durata fino in febbraio 2014.
PS: Penserete alla traduzione in inglese delle didascalie, nella prossima mostra? :-)
Faremo certamente uno sforzo…
Bignasca_ante
   

Intervista all'attore Mario Perrotta, Ulisse-Telemaco allo specchio

INTERVISTA A PERROTTA
Perché l'Odissea?
Perché in questi anni, quello che vedo intorno a me, tra le persone che conosco e quelle che incontro per la strada (chi scrive per il teatro ha il compito di guardarsi intorno), fondamentalmente è dei genitori bambini. Quarantenni e cinquantenni non cresciuti che vogliono fare ancora gli adolescenti. Con le mutande fuori dai pantaloni e la cresta in testa, come i figli. E quindi questi figli che hanno bisogno di un padre e di una madre da contestare
“mio padre è più scemo di me” perché ancora va in giro con le mutande fuori con la scritta D&G. E allora mi dico che forse questa generazione, sia di adolescenti che di genitori, non riesce a svolgere il suo ruolo. È un problema sociale serio, perché si sta rompendo un meccanismo su cui è retto per secoli il rapporto genitori-figli. Il Sessantotto ha sdoganato sia i figli che i genitori e ora abbiamo una generazione di Peter Pan che non fa più il suo ruolo. Questi ragazzi crescono facendo un po' quello che vogliono.
Bisognava parlarne. Questo è il motivo sociale. Il motivo personale, intimo, profondo (che poi sono le ragioni più importante quando uno scrive) è che mentre avevo avuto l'idea di lavorare su questo tema ho perso mio padre, d'un botto. E questa assenza è entrata a gamba tesa nella mia vita e quindi anche nella mia professione e nella mia scrittura. Avevo bisogno di parlare con mio padre e non ne ho avuto il modo e il tempo. Non lo faccio attraverso questo spettacolo: io non odiavo mio padre, come invece lo odia Telemaco (nella sua Odissea, ndr); però sarei potuto essere così perché da figlio di separati, sarei potuto essere così; i miei cugini, figli di separati, sono stati così coi loro genitori, li hanno odiati. Penso che un uomo di teatro debba lavorare sempre sul “sarei potuto essere”, sulle sue potenzialità.
Però il Telemaco di Omero, nei primi libri dell'Odissea, fa un po' la figura del bamboccio...
Il problema è che è un eroe epico senza azione. L'eroe epico senza azione diventa un “minchia”. Anche Achille senza azione in guerra, anche Ettore, sono dei “minchia”. Invece Ulisse ci piace perché è il primo uomo vero, uomo con tutte le sue mancanze. È un mentitore, un ingannatore. È l'uomo contemporaneo perfetto. Vince le guerre con l'inganno. Spesso sono gli altri che gli dicono cosa fare al momento opportuno.
Perché Aristofane e I Cavalieri? (spettacolo a cui non ho ancora avuto il piacere di assistere...)
Purtroppo è uno spettacolo complesso, con un certo costo perché ci sono attori e musicisti, e quindi lo comprano sempre meno nonostante abbia vinto l'Ubu (nel 2011, ndr), perché i teatri non hanno soldi. La prossima data mi sa che è a Foggia...vagamente lontano! Perché Aristofane? Aristofane, della trilogia che ha vinto l'Ubu, è l'autore più contemporaneo. Più di Molière e più di Flaubert. È imbarazzante quanto è contemporaneo. Racconta duemila e quattrocento anni fa un'Atene che è identica all'Italia di oggi. Nei Cavalieri, in particolare, c'è la contesa per la presidenza del consiglio. E alla fine vince chi offre a Popolo (Aristofane ha l'intuizione geniale di metterlo in scena con le fattezze di un attore)...che cosa?
La restituzione dell'IMU?
Di più, ancora più azzeccato: una “gnocca” mezza nuda. Quando entra una bella ragazza discinta e Popolo la guarda e dice “che bella, sì, tu che mi hai offerto questa... io voterò te!”. Cosa c'è di più attinente all'oggi? È imbarazzante. Significa che certi meccanismi delle democrazie, quando sono malate, o forse certi meccanismi delle democrazie punto, sono sempre gli stessi. A un certo punto della commedia si arriva al turpiloquio: “io arriverò in parlamento e con una scoreggia spazzo via tutto!”. Cosa c'è di più simile al nostro parlamento becero e urlante, con le mortadelle esibite e lo champagne (intanto Mario Arcari accompagna queste parole con il suo strumento a fiato). Aristofane racconta talmente bene questo stato di cose che mi è bastato sostituire i nomi greci con riferimenti all'oggi. Sembra che io abbia scritto tutto ieri e invece l'ha scritto lui duemila e quattrocento anni fa.
Perché Ligabue?
Ligabue era lo scemo del paese, quello da scansare, quello che puzzava. Poi a un certo punto si accorgono che è un genio, quando esplode, e tutti lo cercano. E la domanda è: chi è il cretino vero? Lui o voi che per trent'anni l'avete trattato come lo scemo del paese? Quindi ragionare sui confini. Il confine è sempre stato qualcosa che è appartenuto al mio lavoro: nello spettacolo sull'emigrazione italiana; nell'Odissea; il confine come senso della misura; a volte invece il confine va rotto; il confine c'è in Aristofane, in Molière, proprio nella struttura scenica: c'è sempre un quadrato, un ring dentro il quale avviene l'agone della vita. Il confine ancora una volta ritorna: chi è il pazzo? Chi è dentro e chi è fuori? Essere pazzo ti colloca fuori, ma se poi dipingi così e hai questa visione straordinaria della vita, forse sono gli altri che sono dentro uno steccato da cui non riesco a uscire. Mi interessa sempre questo concetto di confine, questa zona in cui puoi ribaltare le prospettive.
Anche in questo caso, però, ci sono motivazioni personali, molto profonde, che fanno incrociare certe cose e dire: devo occuparmi di questo. Uno che scrive il suo teatro ha sempre delle urgenze molto profonde che vanno a incocciare in quel momento della sua vita nella cosa giusta. Se avessi incontrato Ligabue dieci anni fa, non mi avrebbe interessato perché mi interessava Cincali e l'emigrazione italiana. Perché ero ancora a Bologna e nonostante fossi già laureato, mi sentivo respinto (Perrotta è nato a Lecce, ndr). E poi perché sono quarantenne: tutti i quarantenni sono rimasti fulminati dallo sceneggiato con Flavio Bucci (trasmesso da Rai 1 nel 1977).
Mancano ormai pochi minuti allo spettacolo. Lo lascio al suo trucco e salutandolo gli chiedo quale sia la formula corretta per augurargli buona fortuna. “Tanta merda” risponde all'unisono con l'altro Mario. E mi spiegano l'origine di questa espressione. Quando non c'erano le automobili, gli spettatori arrivavano a teatro in carrozza. Tanto sterco davanti al teatro significava tanti spettatori e pane assicurato per gli attori. Certo, Foggia è lontana. Ma mica devo andarci in carrozza...
Intervista_Perrotta_ante
 
   

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