Venerdì, 24 Maggio 2013

Biblioteca

Dopo due secoli Napoleone torna a Torino. Al Salone del Libro

Ciao Saul,
giusto per tenerti aggiornato. Qui sotto l’email –invito alla presentazione del volume. Se vuoi girare (qualora sapessi di qualche collega lombardo in “gita” per il Salone a Torino.
A presto,
Cari amici,
....proseguono i viaggi sul filo della storia e quest’anno, dopo Cavour, è la volta del grande Corso protagonista de “I luoghi di Napoleone”, fra Toscana, Liguria, Corsica e Sardegna.
Viaggio ripercorso a quattro mani con il collega Saul Stucchi e pubblicato da Touring Editore per la Provincia di Lucca, nell’ambito del progetto europeo Bonesprit. Premessa delle celebrazioni del Bicentenario dell’esilio napoleonico all’Elba che ricorre nel 2014.
La presentazione in occasione del Salone del Libro, si terrà il 17 maggio p.v, alle ore 14.15, presso lo stand IBS (Pad. 2 K125 e L125-K126 )
Tutor di eccellenza, Alessandra Comazzi, critica televisiva de La Stampa e, il giornalista Bruno Gambarotta.
Anche in questo caso, seguendo il fil rouge della storia, del personaggio e dei suoi più stretti familiari, si intende dare al lettore (nonché potenziale turista) il pretesto per avvicinarsi a luoghi e palazzi delle località che Napoleone visitò o dove lo portarono vicende pubbliche e private che caratterizzarono la sua breve ma intensa esistenza.
Per facilitare il Vs lavoro, qualora aveste la possibilità di darne notizia, allego oltre all'invito anche il comunicato della Provincia di Lucca  e la copertina del volume.
Sperando di poterVi incontrare il 17 maggio p.v., e di poter con voi condividere questo momento di personale soddisfazione, attendo un Vs riscontro, e resto a Vs disposizione per ulteriori chiarimenti.
Un caro saluto.
Luoghi_Napo_ante
 

"Storia culturale del clima": un bel viaggio in tutte le ere del mondo

Se non sbagliamo immaginando interessi storico-geografici nei lettori di Alibi, possiamo forse permetterci di suggergli un libro tanto serio quanto godibile alla lettura. La Storia culturale del clima scritta da Wolfgang Behringer è uno studio equilibrato – se è lecito l‘aggettivo - nel punto di vista (a proposito del che fare), e rigoroso come apporto storico nel crocevia che il tema del clima intercetta fra natura e storia (sociale), geografia e cultura.
Lo storico individua dapprima le fonti della storia climatica, le conoscenze e le sviste di base supposte nel lettore, quindi le cause del cambiamento e soprattutto il rapporto che intercorre con la storia umana. Perché - per dire - ogni variazione, seppur minima, della temperatura nel lungo periodo ha prodotto degli effetti sulle zone del mondo interessate – figurarsi le macro-oscillazioni passanti fra “era glaciale” e l’attuale, controverso, “riscaldamento globale”.
Intanto, studi come questo hanno il merito di ricondurre la storia dell’uomo in un alveo di sana aderenza alla concretezza biologico-materiale dell’esistenza sulla terra; d’altra parte, mostrano come l’evoluzione di questo speciale mammifero lo abbia condotto a una particolare sollecitazione “interpretativa” dei fattori ambientali, quelli climatici compresi. Talché ne risulta che se lo scienziato non può fare a meno dell’umanista (ci si esprime in senso lato, va da sé), il secondo, che crede di poter fare a meno del primo, merita l’estinzione cui sembra destinato.
A differenza di altri animali l’uomo ha saputo manifestare un’”elastica reazione culturale” ai cambiamenti climatici – elastica anche in negativo, nella possibilità di condizionarlo. Ma è ovvio che il primo rapporto fra cause ed effetti a venire in mente è la ricaduta sulla vita economica e sociale. Con un’attenzione particolare al momento definito “piccola era glaciale”: un raffreddamento (relativo ma non indolore) delle temperature fra il XIII e il XIX secolo. Le  cause non sarebbero note ma i cambiamenti di flora e fauna, il congelamento di laghi e fiumi si accompagnarono (determinarono?) la fine dei vichinghi in Groenlandia, il declino di paesi come l’Islanda e la Norvegia e fecero la loro parte nell’immane catastrofe della Morte Nera, ben nota alla storia letteraria e artistica (italiana ma non solo). Persino la persecuzione antisemita subì un’accelerazione a ridosso di quell’epoca. Se le prime crociate ebbero in questo un ruolo cruciale, l’aumento della miseria dovuta alla peste del ‘300 peggiorò sensibilmente le cose. “Non poterono attribuirgli la colpa del cattivo tempo” scrive Behringer ma al capro espiatorio per eccellenza credettero di poter imputare la contaminazione dell’acqua nelle fontane.
Ciò che fu risparmiato agli ebrei – si fa per dire – ricadde sulle “streghe”: “ogni sorta di malattia innaturale” si pensò fosse colpa loro, anche il cattivo tempo che peggiorava i raccolti, dunque le condizioni di vita, carestie, infecondità, fino alla peste del ‘600 (difatti dopo di allora la figura – questa raccapricciante invenzione della storia europea – si dileguò).
La storia umana d’altra parte principia con l’Olocene, a ridosso dell’Era glaciale. Ossia inizia con un riscaldamento - come usa dire oggi – globale.  Da allora inizia la coltivazione. La storia delle variazioni climatiche in rapporto agli sviluppi sociali secondo Behringer insegna abbastanza da impedirci di sottrarci alla responsabilità di una politica climatica, ma ci trattiene anche dal prendere sul serio i “sacerdoti della salvaguardia dell’Esistente” e la loro “favola dell’equilibrio perduto con la natura”. L’uomo la condiziona e ne è condizionato, ma soprattutto si adatta, muta, reinventa. Un equilibrio originario e “puro” non esiste.
Wolfgang Behringer
Storia culturale del clima
Bollati Boringhieri
Pagine 350
Euro 26.00
clima_ante2
   

Perché i tedeschi e gli ebrei? Per invidia e autoemancipazione

Perché i tedeschi? Perché gli ebrei?
Di certo la seconda domanda ha avuto un peso più grande della prima. Non solo per la necessità (sincera o costretta dal pudore culturale) di inforcare gli occhiali delle vittime. Molta letteratura storiografica sull’argomento proviene dal mondo accademico tedesco e l’implicazione onesta di una responsabilità collettiva non poteva che arrivare per gradi. Götz Aly nel volume einaudiano il cui titolo è lo stesso dell’incipt di questo articolo, arriva buon ultimo. Buono ma problematico direi – ciò che più stupisce nel suo libro è la sottovalutazione di alcuni apporti storiografici precedenti al suo. Penso per esempio ai lavori di George Mosse (specie al suo imprescindibile Le origini culturali del terzo Reich) mai direttamente citato (nemmeno nell’articolata bibliografia sull’argomento!) anche se riconoscibile fra le spallucce che l’autore fa sul tema del movimento völkisch. Se Aly ha ragione di scrivere che senza intendere le cause collettive della persecuzione antisemita in Germania “la catastrofe tedesca resterà un oscuro capitolo astratto di ‘Olocaustologia’”, occorre ricordare che G. Mosse i conti con il dramma di una mentalità nazionale, estesa alla maggioranza della popolazione tedesca, li aveva fatti da par suo; lo snobismo che Aly dimostra nei suoi confronti è spiegabile soltanto con una saturazione del tono polemico che gli è tipico (vale anche nei confronti di altri lavori più controversi, come ad esempio I volonterosi carnefici di Hitler di Daniel Goldhagen)
Vero è che rispetto a Mosse, Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? sposta il piano da una visione culturale del problema incentrata sulla diade sangue e suolo, a una dinamica psicologico-sociale, cifrata da un sentimento forte e a suo avviso decisivo: l’invidia. Non facendosi scrupolo di utilizzare elementi biografici di famiglia – segnatamente la vicenda dei nonni, di alcuni parenti e dello stesso padre - attraverso documenti privati, Aly mostra come a fronte delle terribili difficoltà economiche degli anni Venti la retorica del partito nazionalsocialista non si limitava a individuare negli ebrei un mero capro espiatorio della crisi ma assecondava, mai nominandola, un’invidia micidiale di consistenza e durata storica. Ma li prese si mira per i loro successi economici e professionali. Detta così, potrebbe sembrare una mera opinione più o meno condivisibile e più o meno superficiale (anche per una certa disinvoltura dello storico a liquidare la faccenda dell’invidia in termini moralistici: “l’invidia distrugge la fiducia, rende aggressivi, conduce alla cultura del sospetto” etc: asserzione che se lasciata a se stessa appare politicamente pericolosa perché inficia in partenza qualsiasi tentativo di modificare lo status quo: da Spartaco a Karl Marx). Ma Aly assembla un materiale statistico poderoso che mostra come il rancore dei tedeschi fosse “scritto” in una condizione di oggettiva subalternità non solo della classe operaia ma anche dei giovani e dei laureati della piccola borghesia germanica. Essi subivano un conclamato strapotere degli ebrei nelle professioni (si trattasse di medici, avvocati, insegnanti etc), che datava dai primi dell’800, quando il regime prussiano cominciò a conceder loro  libertà di commercio. E la possibilità di studiare: che essi seppero sfruttare perché vi individuarono  una strada per l’autoemancipazione.
Dati alla mano, Aly presenta un quadro che attraverso un secolo di storia non lascia adito a dubbi sulle differenze fra ebrei e cattolici o protestanti quanto al tasso di istruzione superiore e al reddito. Il rancore, per converso,  trovava terreno sempre più fertile in una malintesa nozione di uguaglianza che i tedeschi avevano malamente mutuato dalla rivoluzione francese (ne sarebbe stato un frutto meno indigesto l’invenzione dello stato sociale negli anni di Bismarck, e avrebbe messo in subordine il motivo della libertà e il possibile sviluppo di un pensiero liberale in Germania  - è l’unico che sembra dignitoso agli occhi dello storico di Heidelberg). Su queste basi  il “gigantesco senso d’inferiorità dei tedeschi”, fece il resto (Karl Kraus riassumeva la questione nella raffigurazione di una giornalaia che urlava: “Perché l’ebreo guadagna di più e più presto di un cristiano?”).
L’”io” tedesco, a disagio nelle forme dell’individualismo libertario trovava più consono alla sua “natura” accamparsi nel “noi” di un collettivismo popolare che trovò in Hitler il catalizzatore e il motore  della sua rivincita. E che prese i lineamenti dello Stato, pertanto di una macchina che molti sperarono esentasse i singoli dalla responsabilità di quello che sarebbe accaduto dopo. Ma la servitù, avrebbe detto La Boétie, è spesso volontaria.
Götz Aly
Perché i tedeschi? Perché gli ebrei?   (Uguaglianza, invidia e odio razziale. 1800-1933)
Einaudi
Traduzione di Valentina Tortelli
Pagine 275
Euro 32,00
Tedeschi_ante
 

Il tour della blogger cubana Yoani Sánchez fa tappa a Monza

YAONI SANCHEZ A MONZA
Che non sarebbe stata una serata tranquilla lo si è capito fin dall'inizio. Nella sala conferenze della sede de Il Cittadino di Monza entra Gordiano Lupi, esperto di cose cubane e traduttore di Yoani Sánchez per annunciare ai giornalisti che la blogger dissidente cubana sta poco bene e che la sostituirà lui per rispondere a eventuali domande. Il brusio si trasforma in un attimo in aperta polemica: noi giornalisti non siamo arrivati lì per ascoltare le parole di Lupi, per quanto ferrato sulla materia, ma per ascoltare il racconto di Yaoni che poco dopo terrà un incontro pubblico al Teatro Manzoni. Gli animi si scaldano e Lupi esce dalla sala, mentre a una collega del Cittadino scappa la candida confessione “Yoani adesso arriva, ha chiuso il suo pezzo".
Dopo qualche minuto prende la parola Mario Tricarico, editore di Anordest, per i cui tipi Lupi ha appena pubblicato “Yoani Sánchez. In attesa della primavera” (con prefazione di Mario Calabresi). Tricarico racconta ai giornalisti “sono tre giorni che giriamo l'Italia con qualche rischio. Il libro sta avendo un grande successo: ha venduto infatti 5 mila copie in meno di una settimana”. Di Lupi, seduto al suo fianco, dice che è il più grande amico di Yaoni Sánchez in Italia. È il suo mentore, colui che l'ha introdotta in Italia. L'ha colpito l'affetto della gente, tolta una minima parte che interviene agli incontri solo per fare polemica.
Da parte sua Lupi racconta come ha conosciuto Yaoni: sei anni Andria Medina (che scrive di Cuba con il nickname di Gaviota) gli segnalò la blogger inviandogli il link di un suo articolo. Lupi era andato a Cuba da comunista, convinto di scoprirvi il paradiso, ma constatò che vi erano due realtà: quella del parmigiano reggiano, del profumo Chanel n. 5 e del Politburo e quella della gente comune che fatica a vivere la vita di tutti i giorni. Gli è subito piaciuto lo stile letterario di Yoani che gli ricorda quello degli scrittori cubani che ha sempre amato. Di sua iniziativa si è messo a tradurre gli scritti della blogger e giornalista finché un giorno non ha ricevuto una sua mail con la quale la Sánchez gli affidava la password del blog e lo invitava a gestire la versione italiana.
A questo punto, annunciata da una scia di profumo delicato, compare in sala Yoani che in spagnolo chiede scusa ai giornalisti per il ritardo. Lupi prosegue il racconto rievocando l'intervento di Omero Ciai (“il non plus ultra per quello che riguarda la cultura sudamericana in Italia”) che consigliò al direttore de La Stampa Mario Calabresi di affidare una collaborazione alla giornalista cubana.
Una collega chiede a Yoani se a Cuba negli ultimi anni la situazione sia migliorata o peggiorata e la blogger spiega la differenza dello stile repressivo di Raul Castro rispetto a quello del fratello Fidel. Domandarsi quale sia migliore ha poco senso, di sicuro quello di Raul non lascia tracce legali. Eppure qualcosa sta cambiando: le persone trovano sempre più il coraggio di dire ad alta voce quello che pensano e la tecnologia aiuta ad amplificare le loro critiche. Le riforme economiche introdotte da Raul hanno causato al regime una perdita di parte del controllo sulla popolazione. Raul, per esempio, non poteva immaginare che la possibilità di acquistare telefoni cellulari avrebbe consentito l'utilizzo di Twitter. Le riforme rauliste hanno uno scopo chiaro, quello di conservare il potere. Vanno in direzione di una maggiore flessibilità, mentre potevano anche spingersi verso una maggiore radicalizzazione. Ma il problema non è tanto la direzione, quanto l'intensità e la velocità con cui sortiranno degli effetti.
La situazione economica denuncia chiaramente che oggi a Cuba ci sono maggiori disparità rispetto a dieci anni fa. Ogni giorno c'è una minoranza che vive sempre meglio e una maggioranza che vive sempre peggio. “Siamo nel paese dell'eufemismo” - ha detto Yoani - “Quelli senza lavoro non sono chiamati disoccupati, ma lavoratori a disposizione”. C'è un solo sindacato che non rappresenta i lavoratori di fronte al potere, ma il potere di fronte ai lavoratori. “A Cuba non c'è il socialismo, ma un capitalismo di Stato” ha affermato.
Lei ha aperto il suo blog (Generación Y) nel 2007. Dal marzo 2008 al febbraio 2011 è stato bloccato dall'interno dell'isola. Ma questa censura è stata un fallimento perché non c'è nulla di più attrattivo per un cubano (“come per chiunque altro”, ha aggiunto) di quello che è proibito. I suoi compatrioti hanno inventato vari modi per trasmettere informazioni. Il mercato illegale delle informazioni lascia sbalorditi per quantità e qualità. A Cuba le informazioni si acquistano al mercato nero non in megabyte o in gigaybyte, ma addirittura in terabyte! Personalmente non ha tanto paura della violenza o dell'arresto, quanto piuttosto della morte sociale a cui potrebbero condannarla quando tornerà a Cuba.
Fuori dal Teatro Manzoni alcuni carabinieri presidiano l'ingresso, mentre un gruppetto di persone distribuisce volantini dell'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba in cui vengono sintetizzate in nove punti le “cose su Cuba che Yoani Sánchez non racconterà mai”. Si va dal blocco imposto dagli USA a partire dal 1962, al terrorismo, passando per l'educazione, le elezioni e i diritti umani: “Secondo la relazione 2012 di Amnesty International, Cuba è uno dei paesi del continente americano che meno viola i diritti umani; secondo Amnesty International le violazioni dei diritti umani sono più gravi negli Stati Uniti che a Cuba; secondo Amnesty International, non c'è attualmente alcun detenuto politico a Cuba”.
Personalmente rimango un po' sorpreso nel constatare che la sala è tutt'altro che gremita: in platea ci sono molti posti vuoti. La scelta del giorno infrasettimanale e dell'orario pomeridiano può aver influito. Il sindaco di Monza, Roberto Scanagatti, dà il benvenuto alla giornalista, riconoscendo che “chi è testimone di libertà è anche testimone di giustizia”. Si scusa di non poter rimanere a causa del consiglio comunale imminente e si augura che la Sánchez possa tornare presto a Monza per visitare i tesori della città.
Alla domanda su cosa la infastidisca di più delle contestazioni che riceve, Yoani risponde che è il bello della democrazia. Quello che ha iniziato partendo da Cuba è un lungo viaggio che le sta cambiando la vita, proprio come quello di Ulisse. Vedere che viene accolta spesso da due gruppi di persone, uno composto da sostenitori e l'altro da contestatori, le fa apprezzare il valore della libertà. Le piacerebbe che nel suo paese fosse possibile questa libertà, mentre la infastidisce chi per sostenere le proprie convinzioni azzittisce e limita la libertà degli altri.
È rimasta molto sorpresa dalla Cuba che ha incontrato fuori dall'isola e le piacerebbe sapere come il governo castrista giustificherebbe le diseguaglianze e i problemi se venisse tolto l'alibi dell'embargo americano. Ma c'è qualcosa di buono in quello che fa il governo cubano? Prima di rispondere a questa domanda premette che essere critici con il governo non significa essere contro Cuba. Cuba è molto più di un partito. È esistita prima della rivoluzione del 1959 ed esisterà anche dopo la data – che ancora non conosciamo – del regime castrista. Gli aspetti positivi (la solidarietà, il sorriso, l'intelligenza...) sono tipici della natura cubana, non del comunismo cubano.
Nel suo racconto ha messo in evidenza le luci e le ombre del sistema: le scuole gratuite e l'indottrinamento, la sanità gratuita ma l'imposizione del silenzio sulle mancanze e i difetti del sistema stesso. Nella Cuba che sogna Yoani nessuno sarà messo a tacere in cambio di servizi gratuiti. Ha grande fiducia nell'influenza della tecnologia nel processo di cambiamento, ma non è un'illusa: non sarà facile cambiare un sistema che vige da oltre cinquant'anni. L'informazione a Cuba arriva con effetto boomerang: esce dall'isola grazie all'impegno di pochi (ci sono soltanto 123 utenti indipendenti di Twitter su una popolazione di circa 11 milione di persone) e vi ritorna dalle varie comunità cubane all'estero. Probabilmente solo la soluzione biologica, con la morte della generazione storica che ha fatto la rivoluzione, porterà un cambiamento sull'isola. Ma il regime di violenza deve finire, secondo lei, con l'arma della parola, per evitare di trasformare in santi o in martiri quelli che oggi sono al potere.
Quando è arrivato il momento delle domande del pubblico la situazione è degenerata, tra domande pertinenti e altre prolisse, testimonianze toccanti, ricordi personali, polemiche fuori luogo. Una signora cubana ha polemizzato con la Sánchez, accusandola di raccontare soltanto mezza verità, quella a lei più comoda, ma attirandosi le critiche di alcuni presenti in sala. Il tono si è alzato ma si è abbassato il livello che è sceso a tratti agli insulti. Diciamo che non è stato un bell'esempio di democrazia. Del resto aveva ragione da vendere Churchill quando diceva che la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre finora sperimentate. Ma aveva in mente quella anglosassone...
Sanchez_ante
   
 
   

Pare un film l'anno cruciale tra la bella Anne e il romantico Godard

Un anno cruciale: Anne Wiazemsky nel 1966 è ancora minorenne, Jean-Luc Godard ha quasi vent'anni più di lei. Come nel rapporto fra Ingrid Bergman e Rossellini,  anche questa storia fra un'attrice e un regista importante principia da una lettera, in cui la prima dichiara al secondo di amare il suo cinema e anche la persona che vi è dietro. Sul peso specifico dei quattro, giudichi il lettore: ma all'ex attrice che all'epoca aveva recitato solo in un film (ma di quelli che hanno segnato la storia del cinema: Au hasard Balthazard di Robert Bresson) va dato atto di essersi inventata una nuova carriera di scrittrice che conta non pochi titoli; e di aver lavorato al personale diario di quegli anni per ricostruire l'avventura, poi sfociata in un matrimonio clandestino ma più che decennale, con il regista di À band apart nel modo seducente che il lettore può verificare nel libro tradotto dalle edizioni e/o: Un anno cruciale, appunto. Perché di una storia di seduzioni si tratta.
Il film che tocca l'immaginazione – la curiosità forse più che il cuore, in partenza - della giovane ragazza, ancora impegnata con la scuola, è, guarda caso, Il maschio e la femmina. Non ancora del tutto equipaggiata rispetto alle discussioni teoriche e alle polemiche che segnano il cinema di Godard, è abbastanza sveglia però da intuirne il peso e la portata culturale  (“bisognava essere a favore o contro il suo cinema, ignorarlo era inconcepibile”). Siamo in clima pre-sessantottino; il cinema fa la sua parte. E allora tanto più stupisce vedere il cimento romantico del regista; il tono emotivo di fondo che pervade l'approccio di Godard il quale risponde entusiasta alla missiva inviata da Anne ai "Cahiers du cinéma" (non aveva il suo indirizzo privato) è intriso di una sensiblerie (molto acutamente descritta) che nella ragazza è ovvia, nell'uomo (che sul set mostra pienamente le attitudini al comando richieste dal suo mestiere) forse sorprende.
La relazione è tutt'altro che facile. La ragazza è la nipote del Premio Nobel François Mauriac; lo scrittore e sua figlia guardano alla cosa con manifesta disapprovazione di cattolici perbenisti. Ma i due si sposano e nello stesso anno, il '67, girano insieme La cinese. In seguito, Wiazemsky reciterà fra gli altri anche con Pasolini e Marco Ferreri. Ma questa è biografia successiva. Prima, la giovane Anne vive il suo sogno d'amore che diventa interessante agli occhi del lettore perché sta scritto in una vicenda più ampia, che è la storia culturale di quegli anni. Che ha i suoi bravi contrasti, i suoi tratti controversi, romanzeschi, avventurosi. Quelli interni al carattere dei protagonisti (la gelosia, l'ossessività del regista, l'ira che esplodeva improvvisa, il suo bisogno di stupirla – persino, molto borghesemente con la sua Alfa Romeo dai sedili in pelle e nello stesso tempo legge alla bella Anne il Libretto Rosso di Mao) e quelli che coinvolgono il milieu artistico ma anche politico coevo. E gli amici famosi e la stampa a caccia di scandali. Anne sa raccontare. Lo fa in maniera pudica, mai morbosa ma compostamente appassionata. C'è vita dentro questo libro. Sembra un film.
Autore  Anne Wiazemsky
Titolo  Un anno cruciale
Editore e/o
Traduzione Silvia Manfredo
Pagine 205
Euro 17,50
Cruciale_ante
 
   

Zenobi ripercorre il mito di Faust, dalla Bibbia al "post-pop"

Il formato è ingannevole, un paperback all’apparenza esiguo – invece lo studio di Luca Zenobi Faust. Il mito dalla tradizione orale al post-pop (Carocci) è ben più che un compendio storico su uno dei miti più forti della tradizione occidentale. Abbiamo davanti un’analisi puntigliosa quanto complessa che attraversa l’intera narrazione sull’argomento e ne individua punti e svolte problematiche in stretta relazione con un immaginario non immune persino di risvolti politici. Il tema ingloba contenuti culturali di portata amplissima com’è evidente se appena ci soffermiamo sul caso tedesco, certo il più implicato dalla portata cospicua delle occorrenze (da Goethe a Thomas Mann, per limitarci ai maggiori). Il mito del Faust intercetta questioni che toccano l’intero destino della cultura germanica (non a caso l’autore ne fa l’argomento dell’introduzione). Tanto da affermare che “la storia quasi bicentenaria delle messinscene del testo goethiano è a tutti gli effetti una storia dell’ideologia tedesca”.
Ma non si risolve o esaurisce in Germania, va da sé. Se “l’esigenza dell’uomo di accedere a una dimensione inattingibile, inconoscibile, cui tuttavia non si può fare a meno di anelare” nella cultura tedesca trova molti punti di riferimento,  il topos – scrive Zenobi - del patto con il diavolo (e la serie plurivoca dei suoi significati) è già nella Bibbia e nei Vangeli apocrifi. Ma il teatro di Christopher Marlowe, il tema demoniaco in Dostoevskij (e in molti altri autori russi), le molteplici declinazioni letterarie, ancora la ripresa filmica recente di un grande regista come Sokurov, la proliferazione di regie teatrali, il recupero filosofico e iconico della figura del Faust nella storia dell’arte fino alle varianti visive e musicali degli ultimi anni testimoniano l’ampiezza di latitudine non solo geografica ma anche dei linguaggi e delle forme espressive su uno dei miti fondamentali della storia culturale d’Occidente.
Ben più che una rassegna dunque: soprattutto un’analisi argomentata, capillare e ricca di implicazioni ideologiche e filosofiche. Per lettori forti, certo.
Luca Zenobi
Faust. Il mito dalla tradizione orale al post-pop
Carocci pag 170  Euro 14,00
Faust_ante
 

Hans Tuzzi rievoca passioni e debolezze del magnate JP Morgan

Prendete uno degli uomini più ricchi d'America (di quelli che hanno contribuito a spostare il baricentro dell'economia mondiale, rendendo possibile il sorpasso sulla Gran Bretagna), giunto ormai agli ultimi giorni della sua vita; aggiungete una giovane donna volitiva e competente, un segretario inventato e un'incredibile storia di libri altrettanto incredibili. Disponete gli elementi in un sapiente disegno strutturato sull'alternarsi di due monologhi; intrecciate il tutto con il filo di uno stile scorrevole ma sempre attento alla forma e otterrete Morte di un magnate americano. Lo ha fatto per la collana Narrativa di Skira Hans Tuzzi (al secolo Adriano Bon), bibliofilo e scrittore dalla penna felice.
Il suo nuovo romanzo è un libro che parla di libri: bramati e acquistati senza badare a spese ad aste internazionali oppure irrimediabilmente perduti per sempre (su questo tema vi consiglio Il manoscritto, di S. Greenblatt, edito da Rizzoli); manoscritti riccamente miniati, collezionati ma mai letti, secondo l'accusa più frequente – ma in buona parte ingenerosa – rivolta a John Pierpont Morgan, considerato da avversari e nemici un opulento accumulatore più che un fine bibliofilo. Ma commetterebbe un grave errore chi giudicasse un arricchito il magnate protagonista di questa storia, annoverandolo tra i nouveaux riches d'Oltreoceano: JPM veniva infatti da due delle famiglie più antiche del Paese, nelle vene gli scorreva sangue gallese e i suoi antenati erano arrivati in America con i Padri Pellegrini. Faceva parte della “nobiltà” della nazione e quest'appartenenza lo contrapponeva ai “baroni ladroni” con cui comunque non aveva scrupoli a fare affari. E i libri (illustrati) erano davvero la sua passione: da Roma inviò un telegramma allo storico inglese George C. Williamson che aveva curato il catalogo The Morgan Book of Watches. Nel  ringraziarlo per avergliene mandato una copia gli scrisse: “È il più bel libro che abbia visto”. Quel catalogo era sul suo comodino nella suite reale del Grande Albergo di Roma quando JPM morì (lo racconta S. N. Behrman in Duveen. Il re degli antiquari, Sellerio).
Il segretario di JPM, frutto della fantasia di Tuzzi, racconta gli ultimi giorni di vita del “Napoleone di Wall Street”, l'uomo a cui dovette ricorrere il presidente Roosevelt per salvare l'economia americana. E al suo racconto si intrecciano i pensieri dello stesso Morgan che sul letto di morte si ritrova a fare il bilancio di una vita vissuta intensamente, costellata di grandi successi, ma anche di tragedie (su tutte l'affondamento del Titanic, fiore all'occhiello della flotta White Star di proprietà di Morgan) e segnata dalla depressione, tanto da fargli riconoscere che poteva svolgere il lavoro di un anno in nove mesi, ma non in dodici.
Non ha invece diritto di parola, se non indirettamente, Miss Belle, appendice di JPM e nerbo della sua biblioteca, talmente indispensabile da continuare a dirigerla fino al 1948 (sarebbe morta due anni dopo). Il magnate volle legarla all'istituzione che aveva creato, assegnandole un elevato stipendio, ma negandole nel testamento un vitalizio: era il suo modo di dichiararla sua. Aveva chiuso un occhio sulla relazione di lei con Bernard Berenson, il celeberrimo storico dell'arte e consulente di mercanti d'arte, mentre la moglie di lui affrontava con cattolica pazienza il ruolo di terza incomoda. “Sui rapporti, non solo d'affari, fra lui [Berenson, ndr] e JPM si potrebbe scrivere un libro” dice il segretario a pagina 101 e il lettore spera che Tuzzi mantenga quella che pare a tutti gli effetti una promessa.
Tuzzi si diverte a strizzare l'occhiolino al lettore: “quell'esule russo” di pagina 117 è Lenin; così come è evidente che parla di oggi quando scrive: “Ogni speculazione, si sa, porta alla crisi. Quella del 1907 fu tanto temuta quanto prevista, e proprio per questo scatenò il panico: se tutto, nella crescita caotica e continua della nostra economia, faceva prevedere il tracollo, perché nessuno vi aveva provveduto per tempo?” (pag. 41). Economisti e bibliofili dovrebbero scambiarsi il ruolo, di tanto in tanto. Ma i libri correrebbero grandi rischi. L'economia non maggiori di quelli a cui siamo abituati...
Tuzzi_ante
   

Pagina 1 di 26

BIBLIOTECA

Accesso Area Riservata